Riceviamo e pubblichiamo:
Con l’ultimo fine settimana di gennaio torna un appuntamento che, ancora una volta, affonda le proprie radici tra le tradizioni della nostra campagna. Una di quelle date che i contadini, specie un tempo, segnavano in bella evidenza sul calendario perché profondamente legata all’andamento dell’annata agraria. Il santo è spesso invocato come "San Paolo dei Segni" per la sua capacità di predire l'andamento agricolo e meteorologico dell'anno. San Paolo, come ci ricorda anche Alberto Guidorzi nel suo libro “Tradizioni del calendario contadino” (uno di quei volumi che non dovrebbero mai mancare a tutti coloro che vogliono conoscere l’essenza delle nostre terre di campagna)
designava l’inizio della prima “quarantia” dell’anno (altri la facevano invece partire dalla Candelora, il 2 febbraio) cioè dei quaranta giorni finali dell’Inverno, nei quali si iniziava la potatura degli alberi, si ripulivano i fossi, si sistemavano le siepi, i filari e tanto altro. Il numero quaranta, del resto, è un numero ricorrente nella Bibbia. Vi erano anche dei proverbi dialettali come quello che diceva: San Paul, San Paulon porta in campagna al scalon” che indicavano l’inizio della potatura con l’ausilio della scala.
Per un motivo diverso da quello citato in precedenza, i “segni” di questo Santo erano dati dai molti tipi di meteore che potevano verificarsi nel giorno ed i proverbi sotto riportati sono un indice di queste credenze e successive predizioni. Tra i detti popolari: “Dell’inverno non me ne curo, purchè San Paolo non sia scuro”; “se per San Paolo è sereno abbondanza avremo”; “San Paolo chiaro paglia e grano”.
In questo giorno si concludeva anche il ciclo delle “calende” e delle “Scalendre”, cioè il tempo meteorologico riscontrato in particolari giorni si estendeva come previsione per ogni mese dell’anno. Le”calende di Gennaio”, servivano a presagire, in due sequenze di dodici giorni, le condizioni atmosferiche appunto dei mesi dell’anno. L’ultimo giorno, appunto il 25 gennaio, era considerato il giorno”dei segni”per eccellenza, per cui il tempo bello era non solo favorevole per il tempo meteorologico dell’anno, ma anche in generale per l’abbondanza del raccolto e la buona salute.
In altre contrade invece il tempo lo si desumeva deponendo ogni giorno, sul davanzale esterno della finestra rivolta verso Occidente, un guscio di noce contenente un granello di sale: la cosa era ripetuta per 12 o 24 giorni di seguito. Lo scioglimento o meno del sale significava rispettivamente cattivo o bel tempo del mese collegato. Del resto, una volta, in campagna, per prevedere l’andamento climatico dell’anno ci si affidava a metodi più legati alle credenze popolari e alle superstizioni che alla scienza.
Tra questi metodi, uno che tanti utilizzano ancora oggi prevedeva l’uso delle cipolle. Lo si può praticare solamente nella notte del 24 gennaio, nella festa appunto dedicata alla conversione di San Paolo, ma popolarmente chiamata proprio “San Paolo dei segni” (della natura), proprio perché, leggendo determinati segni, si poteva “predire” il futuro. Cosa si deve dunque fare la notte del 24 gennaio? Semplicemente si taglia una cipolla in quattro spicchi dai quali ricavare 12 “petali”, corrispondenti ai mesi dell’anno. Si mettono su un tagliere e su ciascuno si pone un pizzico di sale grosso. Si lascia il tagliere all’aperto per tutta la notte. La mattina successiva si controlla: i mesi/petali su cui si è formata l’acqua corrispondono a mesi molto piovosi, gli altri a quelli asciutti o addirittura siccitosi. Il giorno del 25 gennaio è considerato, in campagna, cruciale per capire il futuro del raccolto. Se è una bella giornata, si preannuncia un anno di abbondanza e pace. Nebbia o nuvole segnalano possibili carestie o malattie per il bestiame mentre il vento è presagio di conflitti o instabilità politica nel corso dell'anno. San Paolo è anche il patrono contro il veleno di rettili e insetti, a causa dell'episodio biblico del morso di vipera a Malta.
In Sicilia, si credeva che chi nascesse nella notte di San Paolo (i ciarauli) acquisisse il potere di guarire dai morsi di serpente tramite incantesimi chiamati "ciarmi". Una credenza romagnola, invece, indica che in questo giorno ("la conversa") le bisce mettono la testa fuori dal buco, segnando un primo, timido segnale di risveglio della natura dal letargo invernale.
In terra di Po, a Solarolo Monasterolo di Motta Baluffi, c’è un luogo ricco di fascino, di mistero e di storia legato proprio alla figura di san Paolo. Si tratta della antica chiesa parrocchiale dedicata ai santi Pietro e Paolo, voluta da Matilde di Canossa per ospitare i pellegrini che transitavano sul Po per arrivare a Roma o in Terra Santa. Ai tempi Solarolo era infatti sede quindi di un presidio di passaggio sul Po. Grazie alle memorie lasciate dai parroci, ed in modo particolare a quelle raccolte da don Mario Ghidoni e valorizzate da Rosella Cernuzzi, si conosce tanto della storia del luogo. Nel 1685 anche i reggenti del Consorzio S.Omobono (tra cui Nicolao Dusi) riconobbero al canonico titolare della Parrocchia la dotazione dei terreni posti nella località di Gera Stanga e Malcantone. Anticamente le cascine erano chiamate frazioni, quindi la Cascina Gera, la Cascina Stanga, i Livelli Pallavicini e il Malcantone formavano il Comune unitamente a Solarolo Monasterolo. Andando inoltre a rileggersi le carte relative alle visite pastorali emerge che già dal 1675 (visita del vescovo Lodovico Settala in “SolaroliVeteris Monasteri”) esisteva una “DomumParochialem ex Cemeterio” addossata alla chiesa attraverso i locali della sacrestia in alto sud, e la descrizione “Status Domum Parochialem” parla anche di una piccola porta di accesso a sinistra della chiesa che attraverso un piccolo vestbiolo conduceva, da un lato, in sagrestia e dall’altro nell’atrio della casa con due piccole stanze, e la scala che conduce alle stanze superiori descrive che la casa era dotata di cucina, celle vinarie, fienile, porticati, stalla e pollaio. La visita di Litta del1723 “De domo parochi”fornisce altri particolari sulla casa parrocchiale in buono stato di conservazione, cosa poi ribadita anche nelle visite successive dei vescovi Offredi (1808) e Novasconi (1855). I registri parrocchiali documentano l’attività religiosa a partire dal primo gennaio 1626 col parroco Francesco De Picenardi. La mancanza di una documentazione scritta precedente nell’archivio parrocchiale può avere due spiegazioni: la prima è che solo dopo il Concilio di Trento nel 1563 fu fatto obbligo ai parroci di annotare su appositi registri i nati ed i morti. La seconda è che dopo la soppressione dell’ordine degli Umiliati il priore del convento, che era anche il parroco, portò probabilmente la documentazione nella casa madre di Sant’Abbondio dove potrebbe essere andata perduta. Don Antonio Ghidoni, (1868 – 1963) storico parroco che guidò ininterrottamente la comunità rivierasca dal 1913 al 1963 ed era animato da una notevole fede mariana (per questo andava di frequente a Lourdes in pellegrinaggio) fu anche animato dall’idea di realizzare, in parrocchia, una grotta simile a quella di Lourdes. Fu Paolo Gabelli (1846-1928) a finanziare interamente l’opera. Nel corso dei lavori, avviati nel 1931, si presentarono diversi problemi specie per la realizzazione della volta, tanto che ad opera quasi ultimata questa crollò travolgendo l’operaio Paolo Fanti che, fortunatamente, riportò solo la frattura di una gamba. I lavori ripresero subito e la grotta fu ultimata, ed inaugurata l’11 febbraio (ricorrenza della Beata Vergine di Lourdes) 1932. Coniugato con Elvira Chiappari, Paolo Gabelli era tra l’altro intenzionato a realizzare un ospedale per il ricovero degli anziani del paese, specie quelli poveri; con testamento olografo del 31 ottobre 1923 istituì il Legato Gabelli Chiappari dotando la Congregazione di Carità di Motta Baluffi, legataria, di una parte dei suoi beni, non solo in denaro ma anche il campo Ronco, il campo Dosso e il campo Gerre del Piano ed il campo Bonelli. Purtroppo però, tra aumenti dei prezzi, conseguenze degli eventi bellici e il forte deprezzamento della moneta il progetto non andò mai in porto. Successivamente, negli anni 1985/86, grazie al ricavato della vendita dei terreni del Legato Gabelli-Chiappari e quelli del Legato Superti si poterono costruire sei confortevoli alloggi per gli anziani poveri del paese. Paolo Gabelli, per la cronaca, fu anche sindaco dal 1905 al 1910. La grotta di Lourdes che tuttora sorge nei pressi della parrocchiale non è comunque stato il primo edificio mariano. Intorno al 1500, come ringraziamento alla Vergine per un miracolo legato al fiume Po, come già anticipato, venne costruita la chiesa di Navèra dedicata a Maria Vergine al confine tra i territori di Dosso dè Frati e Solarolo Monasterolo dove ogni anno, il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione si festeggiava la santa Patrona con la processione lungo le rive del Navarolo e la celebrazione della messa solenne e la “Fera ad la Navera” che si mantenne anche dopo che si smise di celebrare le funzioni religiose. Nel 1563 Solarolo Monasterolo ebbe anche l’onore di ospitare il grande vescovo di Alba e poeta Marco Girolamo Vida che era stato investito della parrocchia di Solarolo verso il 1520 da parte di papa Leone X e, in un suo libro “Hinni de Rebus Domini” parla dei restauri compiuti nella chiesa di Solarolo Monasterolo dedicata a San Paolo ed in sagrestia è ancora conservato un suo pregevole ritratto del XVI secolo di autore ignoto (anche se recenti approfondimenti vorrebbero si tratti di monsignor Cesare Speciano). Fu investito del Beneficio solo per un periodo limitato perché venne appunto eletto vescovo di Alba. Nell’epoca della Repubblica Cisalpina e del Lombardo Veneto Solarolo Monasterolo fu comune indipendente con 960 abitanti ed un territorio di 19391 pertiche. Sul luogo sorgevano un posto di Finanza per il controllo delle merci nel passaggio del Po ed un Cambio Sussidiario per le pariglie dirigenziali dei carichi statali. Furono sindaci Luigi Quinzani e Andrea Capra. Da qui passarono anche i volontari tosco emiliani nella seconda guerra di indipendenza e ci fu qualche “scaramuccia” con la retroguardia austriaca che portò alla morte anche di alcune persone, i cui resti vennero raccolti in una urna di cemento nella cappelletta posta nella discesa della chiesa. Cappelletta in cui erano senz’altro stati posti anche i poveri resti degli Umiliati che ebbero un loro monastero proprio a ridosso della attuale chiesa parrocchiale. Aspetto, questo, confermato dal fatto che proprio nell’area adiacente si trovava il vecchio cimitero dei monaci stessi. Cimitero di cui sono riemerse le tracce durante i lavori di realizzazione del salone parrocchiale negli anni Ottanta. Tornando alla chiesa parrocchiale, non passa certo inosservata la alta torre campanaria, totalmente rifatta nel 1847 come non passato inosservate, sulla facciata, le statue bronzee dei santi Pietro e Paolo del Ferraroni ed un mosaico di Gesù Buon Pastore opera del Vezzoni. Internamente, la pala dell’altare maggiore, raffigurante il Battesimo di San Paolo, è opera del pittore Ubert de Lange (1650 circa) sormontato da un affresco del 1614 che rappresenta San Paolo che cade da cavallo. In più, tra la quadreria, Sant’Antonio da Padova che riceve il Bambino Gesù con ricca cornice; San Francesco che ottiene la grazie del Perdono di Assisi di G.B. Trotti detto il Malosso. C’è anche una Sacra Famiglia di scuola veneta con la Madonna col Bambino e Santi Francescani forse del Massarotti. Anche ad un occhio distratto non sfugge il fatto che molti dei quadri sono “sproporzionati” rispetto alle dimensioni della chiesa. Un fatto, questo, che è presto spiegato. Infatti parecchi di questi quadri provengono dalla antica basilica cittadina di San Domenico, demolita nel 1868 per far posto ai giardini pubblici di Cremona.
Quando si giunge in questo piccolo fazzoletto di terra fluviale bisogna stare in silenzio, osservare (cosa sempre ben diversa dal guardare), studiare con gli occhi, con la testa e cogliere ogni dettaglio, prima di cimentarsi tra le pieghe della storia rimasta scritta e narrata. Quella storia raccolta da persone indimenticate come Angelo Galli e don Mario Ghidoni (e, andando più indietro nel tempo da non dimenticare storici come l’Astegiano, il Lucchini e don Angelo Grandi) , custodita e tramandata da Rosella Cernuzzi (“anima” per altro del grande presepio posto all’ombra della chiesa dei santi apostoli Pietro e Paolo), da Alessandro Balestrieri (che con passione minuziosa e intelligenza premurosa si prende cura della sua cascina Castellazzo) e da Antonietta Premoli. Ci vuole silenzio, appunto, per vivere e respirare il passato, per ricordare coloro che ci hanno preceduti e ci hanno lasciato le loro testimonianze, per immaginare quella probabile e fitta rete di cunicoli che, chissà, cosa potrebbero celare e poi, dall’argine che difende il villaggio, bisogna scrutare verso l’orizzonte, verso l’infinito e verso quel fiume che è custode silente e tenace delle memorie dell’una e dell’altra riva e, infine, di ogni cosa che si vive, si impara e si coglie, si deve ricordare di ripetere sempre quel “Grazie” che non è mai di troppo.
Eremita del Po, Paolo Panni