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A pochi chilometri dalla nostra città, nel panorama della sanità bresciana, il Presidio Ospedaliero di Montichiari si sta distinguendo come un polo di eccellenza nazionale. Sotto la guida del primario, il Dottor Nereo Vettoretto, il reparto di Chirurgia ha intrapreso un percorso di innovazione tecnologica senza precedenti. 

L’introduzione della chirurgia robotica e di strumenti diagnostici di ultima generazione non rappresenta solo un passo avanti tecnologico, ma una vera rivoluzione nel modo di concepire il benessere del paziente. In un territorio da sempre attento alla qualità dei servizi alla persona, questa evoluzione segna il passaggio definitivo a una medicina che unisce l'altissima precisione alla cura del rapporto umano.

Per approfondire questo argomento in continua evoluzione, che andrà a toccare sempre più ambiti della chirurgia interna, ho incontrato il Dottor Emanuele Botteri, medico chirurgo cremonese, in servizio presso l’ospedale di Montichiari (ASST Spedali Civili di Brescia), tra i principali artefici dello sviluppo di questa 'iper-specialità', per approfondire come il robot stia cambiando il volto della chirurgia di parete e non solo.

L'Intervista 

Dottor Botteri, prima di addentrarci nei dettagli tecnici, ci racconta il suo percorso professionale? Quali tappe l'hanno portata a diventare un punto di riferimento per la chirurgia robotica qui a Montichiari?

“Ho frequentato il ‘mio’ Liceo Torriani a Cremona e lì mi sono appassionato da subito agli aspetti dell’innovazione tecnologica con un’insaziabile sete di applicazione nel miglioramento della vita delle persone. Mi sono quindi laureato in medicina e chirurgia presso l’Università degli Studi di Brescia e specializzato in Chirurgia Generale. L’incontro prima di tutto umano e poi professionale con Nereo ha esaltato la mia propensione all’applicazione tecnologica portando da prima nel nostro centro la laparoscopia 3D di ultima generazione (nel 2017), che successivamente è stata integrata con la chirurgia guidata dalla fluorescenza e la visione 4k. Da alcuni mesi abbiamo realizzato il ‘sogno’ di poter disporre in un 'ospedale spoke' come il nostro della piattaforma robotica. In mezzo tantissimo impegno e dedizione nelle società scientifiche italiane ed europee di nuove tecnologie”.

Si parla spesso di chirurgia robotica come della "medicina del futuro". In parole semplici, quali sono i vantaggi reali per un paziente che deve affrontare un intervento oggi rispetto alle tecniche tradizionali?

“I vantaggi sono paradossalmente per il chirurgo. Il fatto che gli strumenti robotici simulino in larga misura i movimenti della mano e delle dita di un chirurgo pone quest’ultimo in posizione di vantaggio nell’esecuzione di compiti tecnici molto complessi. Praticamente siamo in grado di operare in maniera mininvasiva come se le nostre mani ‘fossero dentro’. Ovviamente un intervento condotto meglio si riflette sul risultato per il paziente. Il paziente si avvantaggerà quindi di un chirurgo che vede meglio, si muove meglio allargando gli infiniti vantaggi della chirurgia mininvasiva”.


Molti temono che la tecnologia allontani il medico dal paziente. Lei invece sostiene che il rapporto umano sia diventato ancora più importante: in che modo la tecnologia cambia la "visita" e il dialogo pre-operatorio?

“Nessun rischio. Come in tutta la chirurgia il percorso del paziente dalla prima visita medica al periodo post-operatorio è sempre caratterizzato da rapporto umano diretto. Permettimi una battuta: noi usiamo il robot solo quando il paziente dorme già e non può avere rapporti con noi. Attraverso le possibilità che la chirurgia robotica ci offre diventa ancora più necessario spiegare al Paziente cosa andiamo a fare e perché la facciamo così”.

Dal punto di vista del professionista, come cambia concretamente il Suo lavoro quotidiano in sala operatoria quando ha a disposizione il supporto del robot?

”Sono cambiati i tempi e gli spazi. Innanzitutto il controllo dei bracci del robot si fa a distanza trovandomi a lavorare ad alcuni metri dal paziente. Si è aggiunta una fase all’intervento che richiede tempo, ovvero la predisposizione del robot il cosiddetto ‘docking’ (fase cruciale per goderne i benefici). La piattaforma è discretamente voluminosa e pesante quindi non tutte le sale possono ospitarlo. Inoltre gli spazi al tavolo operatorio sono diminuiti, chi aiuta (aiuto chirurgo e strumentista) spesso deve avere doti da contorsionista per poter fare le fasi di assistenza”.

Operare con il robot richiede un cambio di paradigma: quali sono le nuove competenze e le "soft skills" che un chirurgo moderno deve aggiungere al proprio bagaglio per utilizzare queste macchine con la massima professionalità?

“Per risponderti parto dal mio personale vissuto. Nel mondo chirurgico dove anzianità e ruolo spesso hanno il sopravvento il mio Direttore mi ha concesso l’onore di eseguire il primo intervento robotico del nostro centro. Ricordo ancora il corollario di emozioni durante il passaggio dalla fase preparatoria della piattaforma a quella dove mi sono seduto al controllo. Avevo intorno a me 10 persone e dopo mesi di studio e di simulazione lo usavo per la prima volta su un paziente vero. Solidità e temperanza sono fondamentali per poter fare i primi movimenti e poi i successivi. Altro aspetto, in caso di problemi durante l’intervento il chirurgo sa che non riuscirà a porre rimedio immediato, quindi deve necessariamente crescere la fiducia e la capacità dei tuoi collaboratori al tavolo vicino al paziente”.

 In questo nuovo scenario, quanto è diventata cruciale l'importanza del team? Com'è cambiato il coordinamento tra chirurgo, assistenti e personale infermieristico rispetto alla chirurgia tradizionale?

“La squadra è tutto. Le squadre affiatate si adattano assieme alle nuove esperienze partendo dai ritmi di lavoro umani e tecnici che hanno affinato con il tempo. Diciamo che la chirurgia robotica è un punto di arrivo nella creazione di un team perché tende ad ‘allontanare’ le varie figure e quindi sono richieste conoscenze e capacità di manovre da eseguire in totale autonomia, la fiducia ‘nell’altro’ diventa bussola per poter completare il tuo compito. Dal punto di vista pratico invece percorsi per ottenere l’autorizzazione a operare con il robot vengono fatti per tutte le figure partecipanti (non solo chirurghi ma anche infermieri, nurse, anestesisti e personale di supporto) chi non è formato non può accedere alla sala. La formazione non è fatta ‘in massa’ ma a 2/3 elementi per professionalità alla volta. Tutti potranno accedere, ma pochi per volta per massimizzare i focus di formazione”.

Una delle iper-specialità che state sviluppando a Montichiari è la "chirurgia di parete". Può spiegarci di cosa si tratta e perché è così rilevante per il territorio?

“La chirurgia di parete è la chirurgia che si occupa di riparare i difetti o i cedimenti della nostra parete addominale. In parole semplici si immagini l’addome come un contenitore fatto da muscoli e tessuti robusti che tengono gli organi al loro posto. Quando questa ‘scatola’ si indebolisce si possono formare dei cedimenti attraverso i quali esce il contenuto dell’addome grasso o visceri. Così nascono le famose ‘ernie’! Inguinali crurali ombelicali o laparoceli, che possono comportare dolore e fastidio ma talvolta possono complicarsi fino a determinare vere e proprie condizioni di urgenza ed emergenza. Sono condizioni molto diffuse nella popolazione per le quali non ci sono (e difficilmente ci potranno essere) medicine per curarle. Il chirurgo interviene per ‘rammendare’ questi punti deboli”.

Parlando di diastasi addominale, un problema che tocca molte pazienti: quali sono i disturbi funzionali, oltre a quelli estetici, che riuscite a risolvere grazie a questi interventi mirati?

La diastasi, ovvero la dilatazione della fascia che congiunge i muscoli retti dell'addome, nasce falsamente come un problema estetico. Porta viceversa con sé una vera e propria alterazione di tutto l’addome il cosiddetto ‘core’. Quando tutto l’addome non funziona i muscoli che lo compongono sono obbligati a lavorare male con conseguente ripercussioni patologiche come mal di schiena, gonfiore addominale, incontinenza. Con la chirurgia della diastasi andiamo a riportare la naturale funzionalità di questo ‘core’ che poi necessariamente il paziente dovrà coltivare con una adeguata fisioterapia post operatoria”.

Ogni intervento comporta dei rischi, ma oggi si parla di "processo decisionale condiviso". Quanto è importante che il paziente sia consapevole e informato nel bilancio tra rischi e benefici?

“Totalmente. Ogni intervento deve poter essere proposto e soppesato con ‘rischi/benefici’. Un chirurgo moderno non deve avere nel bagaglio di esperienza un intervento per 100 patologie, ma 100 interventi per una stessa patologia. Così da scegliere volta per volta il meglio per il paziente. Questa è la nostra visione: la ‘tailored surgery’ la chirurgia cucita sul paziente. Non esiste il miglior intervento in assoluto ma il miglior intervento per quel paziente”.

Ringrazio il Dottor Emanuele Botteri per la sua preziosa testimonianza e la condivisione della sua esperienza professionale.

La chirurgia robotica si sta dimostrando una solida realtà capace di elevare lo standard di cura. Il futuro della medicina richiede un impegno congiunto nell'investimento in strutture idonee, risorse economiche per la formazione e l’aggiornamento continuo dei professionisti che ridisegneranno il futuro della sanità nei prossimi anni.

-Daniele Gazzaniga-