I TRAGHETTATORI DEL PO: LA STORIA DEI PASSAGGI TRA LE SPONDE
Tra i numerosi mestieri che, un tempo, si svolgevano tra l’una e l’altra riva del Grande fiume, una menzione particolare la merita quella del traghettatore. Un lavoro che, per la sua finalità principale, che era quella di collegare le due sponde trasportando persone e merci, può essere considerato un simbolo, a pieno titolo, dell’unione fra l’una e l’altra riva dl Po. Una professione da tempo scomparsa come scomparsi, ormai, sono i vecchi traghetti. Chissà che, da qualche parte, non se ne possano ancora recuperare, almeno in piccola parte, i pezzi, oltre che le memorie e le immagini. Era, quello, uno dei tanti mestieri che, un tempo, davano da vivere a intere famiglie sull’una e sull’altra sponda del Po; mestieri di cui oggi rimangono solo i ricordi, nei libri di storia locale e nelle memorie dei più anziani. Una attività che, tuttavia, chissà, se legata allo sviluppo del turismo fluviale potrebbe di nuovo dare nuove opportunità per coloro che dovessero decidere di investire sul fiume, sui suoi valori, sulle sue potenzialità e sul suo futuro. Credere, con i fatti, nei nostri territori, di qua e di là dal fiume, è e dovrebbe essere un impegno ed un obiettivo da perseguire in maniera unitaria, in ottica territoriale. Giusto ricordare che, un tempo, ogni paese, piccolo o grande che fosse, aveva il suo traghetto. Nella sua forma più semplice veniva costruito con una barca o una zattera manovrata a spinta o a remi, ma dove era necessario trasportare carri pesanti o del bestiame, si usava il porto, vale a dire il traghetto formato da due imbarcazioni affiancate su cui era steso un palancato. Per i porti formati da due barche solitamente si usavano imbarcazioni superiori a otto metri di lunghezza, ad esempio barbòte, magàne o rascòne. Soltanto ad inizio Novecento si cominciarono ad utilizzare barche di ferro e, successivamente, chiatte in cemento armato.

Queste imbarcazioni doppie hanno una storia lunga e importante, del resto si ha memoria che già in epoca medioevale si utilizzavano ponteselle con lo scopo di trasportare sia merci che truppe. Tra le figure che caratterizzavano la vita quotidiana sul Po una delle più note era senza dubbio quella del traghettatore, detto anche purtiner o passatore. Sul Po, fiume largo e dalla portata assai variabile, le traversate nei momenti di piena erano delle piccole spedizioni dai tempi spesso incerti. Nel corso dei mesi invernali, con giornate quasi sempre caratterizzate da fitte nebbie, si perdevano i riferimenti delle sponde così come dei campanili e delle altre imbarcazioni in transito: ecco perché alcune cronache di viaggiatori del passato lo descrivono come un viaggio infinito. Di tutto questo è necessario fare e credere nella possibilità che un simile mestiere possa tornare in auge, nell’ambito dei progetti di valorizzazione e promozione turistica e culturale del Grande fiume e di tutta quell’area ricompresa nella Riserva Po Grande Unesco. Tornare a collegare le due sponde via acqua, sviluppando sia i collegamenti di carattere mercantile e commerciale che potenziando i percorsi turistici e culturali tra le due sponde (dando quindi la possibilità di trasportare persone e biciclette) è una carta da giocare, e su cui scommettere, anche nell’immediato. Per il bene, presente e futuro, delle terre del medio Po. Anche in un tempo in cui i ponti stanno spesso mostrando non poche fragilità.
Passando alla storia riguardante traghetti e traghettatori, c’è una chicca conservata nel Museo della civiltà contadina “Giuseppe Riccardi” di Zibello, che riaprirà i battenti al pubblico, in via straordinaria, sabato 22 e domenica 23 novembre in occasione dell’evento “November Porc”. Un museo che, unito a quello dei reperti bellici e al “Cinematografo” (museo del cinema), tutti ricavati all’interno dell’ex convento domenicano (al centro di importanti lavori di riqualificazione), meritano una visita specie quando la struttura diventerà, nei prossimi mesi, un importante polo culturale a servizio delle terre del medio Po. Proprio all’ingresso dell’importante realtà culturale spicca un manifesto, di quasi cento anni fa, datato primo aprile 1923, del Consorzio pel Servizio di traghetto sul Po fra Zibello e Pieve d’Olmi. In questo avviso pubblico, l’allora sindaco di Zibello informa che “in seguito alla sistemazione della strada portuaria in territorio di Pieve d’Olmi, nonché alla costruzione di un natante della portata di 5 cavalli e 5 carretti a 2 ruote, da oggi è stato ripreso il servizio di Traghetto sul Po fra questo Comune e quello di Pieve d’Olmi, da tempo rimasto inoperoso per difficoltà di comoda viabilità. Chiunque voglia usufruire di tale passaggio – si legge ancora – troverà il servizio pronto e inappuntabile”. Nell’avviso si annuncia quindi che il passaggio di pedoni e veicoli, dall’una all’altra sponda, si effettuerà ogni giorno con imbarchi da Zibello alle 5.30, 9.30, 14.30 e 17.30. Gli imbarchi da Pieve d’Olmi, invece, alle 7, 11, 14 e 19. Nel manifesto sono qui riportare tutta una serie di tariffe. Si va dai 60 centesimi per un pedone senza carico alle 20 lire per macchine trebbiatrici a vapore per frumento, melica ed altri prodotti agricoli; motori a scoppio per aratura e segatura camions e conduttore.
Zibello è stata terra di mitici traghettatori, come il leggendario “Ciufana” (“al secolo” Giuseppe Cavalli) e Roberto Arduini.
A “Ciufana” (uno che, se lo chiamavi Giuseppe, non avrebbe nemmeno immaginato che ti rivolgevi a lui, perché per tutti era e resta “Ciufana”) il “Corriere Emiliano” (denominazione con cui uscì la Gazzetta di Parma tra il 1928 e il 1940, mantenendo comunque, come sottotestata, il nome originario) dedicò un interessante articolo. “Era Ciufana anche il nonno – ricorda l’ex sindaco e grande storico locale Gaetano Mistura – tutta gente del Po. Ciufana padre – aggiunge Mistura – era un gigante che sembrava dominare il fiume. Quando con la sua barca a remi si staccava dalla riva per raggiungere l’altra sponda si poteva pensare che stesse sbagliando direzione, che avesse preso male la mira, ma per lui la corrente, il vento, la deriva non avevano segreti, sbarcava al punto di approdo senza sbagliare di un centimetro, anche nella notte più fonda. Se lo aveste chiamato con un fischio (perché così si chiamavano i barcaioli) per farvi traghettare sull’altra sponda, ve lo sareste visto arrivare, sudato ed esausto, in mezzo alla nebbia, ma pronto per portarvi sull’altra riva. Ciufana, mitico abitatore del fiume che, come una creatura mitologica metà uomo e metà pesce, poteva vivere sulla terra e nell’acqua, indifferentemente”.

Non solo Ciufana, ma anche Roberto Arduini è stato, per molti anni, un importante e stimato traghettatore locale. A lui, il compianto giornalista e scrittore Elio Grossi, per tanti anni prezioso collaboratore della Gazzetta di Parma, nel suo libro “Uomini e mestieri di ieri e di oggi” aveva dedicato tutto un capitolo in cui lo stesso Arduini ricordava gli anni trascorsi a Casalmaggiore con gli spostamenti tra Cremona, Monticelli d’Ongina, Casalmaggiore, Pizzighettone (con trasferte, quindi, anche lungo l’Adda), Boretto e Guastalla. Quindi, il rientro a Zibello nel 1946 (dopo gli anni da prigioniero di guerra in Sud Africa) e l’ingresso come socio nella Cooperativa Trasporti Fluviali con cui si organizzavano le prime gite, di una sola giornata, da Zibello a Cremona (specie per la fiera di San Pietro). Tre anni dopo, quindi, dopo l’acquisto di un residuato bellico, il ritorno in proprio, come traghettatore, con collegamenti tra Zibello e la storica Tenuta “Della Zoppa” (sulla riva cremonese).
In quel periodo, Arduini, trasportava quello che gli capitava, in particolare gruppi di giovani che, verso sera, si recavano a ballare di là dal Po. “Spesso – ricordava Arduini a Elio Grossi – si doveva trasportare anche l’orchestra ‘Perini’ di Pieveottoville. Poi si ritornava a notte fonda. A volte anch’io andavo a ballare con loro, ma il più delle volte ne approfittavo per andare a pescare, mia grande passione”. Conoscevo anche i posti ‘proibiti’. I guardiapesca erano a ballare anche loro. Guadagnavo più con un bello storione, che con una settimana di trasporti. Poi ogni giovedì a Zibello c’era il mercato. Al mattino presto mi portavo sull’altra sponda dove mi aspettavano, come al solito, frotte di massaie cremonesi con ceste di pulcini, anatroccoli e uova. Poi è arrivata l’alluvione (quella del 1951, ndr) che rompendo gli argini guastò tutta la mia ‘ragnatela’ privata. Poi i fuori-borgo, gli entro-bordo…tutte cose che mi hanno prima spazzato via, poi anche spiazzato…”. Tutto perduto? Chi scrive queste righe è convinto di no. Sicuro del fatto che, nell’ambito di una promozione turistica del fiume, che sia rispettosa del suo ambiente e delle sue eccellenze, possa tornare attuale l’idea di promuovere servizi stabili, e quotidiani, di traghetto, che possano ad esempio portare le persone a frequentare di nuovo le fiere ed i mercati settimanali dell’una e dell’altra riva. Magari anche dando vita a nuovi mercati agricoli, legati alla terra e al Po.
Restando in tema di traghetti e traghettatori, molto attiva è sempre stata la “linea” tra Stagno Lombardo e Polesine Parmense. La storia stessa conferma che uno degli ultimi porti rimasto in attività è stato quello che collegava appunto le due località.
Qui erano attivi, soprattutto, Luigi e Dante Spigaroli, padre e figlio, per tutti semplicemente “Vigion”. Perché i soprannomi sono sempre stati in voga, in ogni tempo e, specie in passato, arrivavano talvolta ad avere più importanza, o comunque più notorietà, del nome ufficiale. Così, se a Zibello c’era Ciufana, a Polesine era attivo Vigion. Luigi Spigaroli era il nonno di Massimo Spigaroli, celebre chef stellato e,da qualche anno, anche sindaco di Polesine Zibello: uno che sulla promozione del turismo fluviale, e della cucina gastrofluviale, ha fatto una vera e propria ragione di vita. Evidentemente l’eredità del nonno Luigi e dello zio Dante (quest’ultimo il traghettatore lo faceva di professione) si è incuneata profondamente (ed è bene che sia stato così) nelle vene e nella testa di Massimo e Luciano Spigaroli, che da anni portano avanti i saperi ereditari dai genitori, dai nonni, dagli zii: tutti legati, intimamente, al fiume.
Dante, in particolare, nella sua professione si avvaleva della collaborazione, più che preziosa, di Marass: altro vero e proprio nome d’arte, al punto che praticamente nessuno ricorda come facesse di nome, ed è giusto così. A questa ulteriore mitica figura di fiume è legato un aneddoto ricordato, ancora, dall’ex sindaco di Zibello Gaetano Mistura, meritevole di essere riportata per esteso: “Cla’ scusa siura regina. Sa sava ch’l’era li a’m saress mess almeno li mudandi” (traduzione per chi non mastica il vernacolo: “Scusi signora regina, se sapevo che era lei mi sarei messo almeno le mutande”): “Cosi – ricorda Mistura – un barcaiolo del porto di Polesine Parmense, chiamato Marass, in una giornata torrida degli anni Venti, rivolgeva le sue scuse alla regina Margherita di Savoia, che doveva traghettare dall’altra parte. Marass, come tutti i barcaioli, portava una camicia lunga, una cinturetta di corda in vita, senza braghe e senza mutande, perché quelle lunghe dell’epoca gli avrebbero impedito la libertà dei movimenti, e la libertà, si sa, è condizione irrinunciabile per gli indigeni di qui. Anche se il vento faceva svolazzare la camicia, nessuno ci badava. Non conosciamo la reazione della regina, ma la storia è vera. Una storia padana che l’acqua fece rimbalzare di bocca in bocca, di casa in casa, di paese in paese, una storia delle tante che rivelano lo spirito terragno e anarcoide, geniale e pazzoide della gente di Po”.
Uno degli ultimi serviti di traghetto rimasto in funzione è stato quello che collegava San Daniele Po a Roccabianca, attività di cui si è occupato, per molti anni, l’indimenticato Natale Bia di San Daniele Po. Attività poi proseguita, negli ultimi tempi, da Gino Barbarini fino alla soppressione del servizio, nel 1980, con l’apertura del ponte sul Po “Giuseppe Verdi”. Quello che collegava appunto San Daniele Po e Roccabianca era un traghetto composto da due barconi in cemento coperti da un’ampia superficie in legno e, alla gestione, partecipavano le Province di Cremona e Parma oltre ai Comuni di San Daniele Po e di Roccabianca. Di questa imbarcazione è riemerso, parzialmente, il relitto in occasione della magra storica del 2022.

Tra le figure di traghettatori passate alla storia non si può dimenticare il leggendario Pasquino Soriani, mantovano, da tutti ricordato come Pacale che, durante la sua esistenza, traghettò migliaia di persone e, soprattutto, durante l’alluvione del 1951, salvò una sessantina di persone che stavano per annegare.
A Cremona è passato alla storia Teuta e qui si va agli anni Venti del Novecento quando, in estate, venivano traghettati i bagnanti nei pressi delle Colonie Padane, mentre a Crotta d’Adda, fino agli anni Settanta, è rimasto attivo, col suo traghetto, Orlando Grilli.
Infine, andando ancora più indietro nel tempo, altra storica figura è stata quella di Pietro Pecchioni (Sarmato 1828, Parma 1908), garibaldino e barcaiolo, costruttore di barche e traghettatore del Po. Originario di Sarmato (Piacenza), dove nacque nella frazione di Veratto il 4 gennaio 1828, Pecchioni fin dal giovanissimo imparò a costruire barche e lavorò come traghettatore sul Po. Seguendo le orme del padre si arruolò, ventenne, nelle Guardie di Finanza del Ducato di Parma e Piacenza, entrando presto in contatto con molti simpatizzanti del movimento mazziniano e affiliati della Giovine Italia. Fu destinato, come doganiere, al porto di Sacca, presso Colorno, a due passi quindi da Casalmaggiore. Partecipò alle più rischiose imprese che i mazziniani prepararono per sollevare lo Stato parmense, governato da Carlo di Borbone. Alla congiura contro Carlo di Borbone il Pecchioni partecipò attivamente: fu tra coloro che, appostati presso la Porta di San Michele, avrebbero dovuto (21 marzo 1854) attentare alla vita del Sovrano. Il Pecchioni fu affiancato da un’altra guardia di finanza, Luigi Facconi, entrambi armati di stili fabbricati dal fabbro Pelagatti. Il duca doveva transitare di là per recarsi a Modena, secondo informazioni avute dal postiglione ducale Pattini, confidente dei congiurati. Ma la carrozza passò troppo rapida e il colpo mancò.
Il Pecchioni riuscì ad allontanarsi e a riprendere il suo posto a Sacca. La domenica successiva (26 marzo), giorno fissato per un nuovo attentato, si portò di nuovo a Parma e si appostò con gli altri congiurati lungo il presumibile cammino che il duca avrebbe dovuto fare per rientrare a palazzo dopo la consueta passeggiata lungo lo Stradone.
Raggiunta strada Santa Lucia (oggi via Cavour), all’altezza della chiesa omonima, Carlo di Borbone venne pugnalato da Antonio Carra, appostato nella via con Ranzoni. Il Pecchioni anche quella volta si eclissò subito, rivestì la divisa e tornò al suo servizio di doganiere. Il Pecchioni partecipò anche all’insurrezione del 22 luglio, che, per incapacità dei capi, per mancanza di organizzazione e per leggerezza degli iniziatori che non seppero nemmeno tenere segreta la cosa, venne al suo nascere soffocata nel sangue.
Il Pecchioni combatté nei pressi della caserma delle guardie di Finanza e riuscì a sfuggire all’accerchiamento delle truppe. La repressione fu feroce. Due soldati, Mario Bacchini di Borgo San Donnino e Baldassarre Poli di Parma, che avevano fatto causa comune con gli insorti, furono immediatamente fucilati. Gli altri tredici morti della giornata furono vittime della ferocia delle truppe. Numerosissimi furono gli arresti, tra cui quello di Emilio Mattei che venne catturato gravemente ferito alle gambe. Alla gendarmeria ducale non sfuggì il contributo dato alla sommossa dalle guardie di Finanza e il 27 luglio vennero arrestati diversi militi di quel corpo, tra i quali il Pecchioni e l’Adorni.
Seguirono le feroci inquisizioni del Krauss, chiamato appositamente da Mantova come esperto in quel genere di istruttorie. Il 5 agosto vennero fucilati Mattei, Adorni, Facconi e Boncompagni. Il Mattei, non potendosi reggere sulle gambe fratturate, venne fucilato legato a una barella sollevata in alto. Nel secondo gruppo di inquisiti vi fu il Pecchioni, accusato di aver partecipato non solo alla sommossa ma anche alla congiura contro il Duca. Per un mese tenne fronte agli spietati interrogatori dell’inquisitore austriaco che, per strappargli la confessione, lo sottopose alla tortura delle bastonate.
Con sentenza del 9 settembre, assieme agli altri correi, venne dichiarato colpevole di crimine di cospirazione contro lo Stato e condannato ai lavori forzati a vita, mentre Davide Franzoni e Alessandro Borghini vennero fucilati. I condannati vennero consegnati all’Austria e tradotti nel castello di Mantova. Il Pecchioni entrò nel carcere apparentemente rassegnato, ma col deciso proposito di evadere. Con ben simulata tranquillità, riuscì a vincere la naturale diffidenza del personale di custodia e ad accaparrarsi la simpatia del cappellano, che lo prese con sé come chierico. Fu pure addetto al servizio nella cucina e a segare la legna nel magazzino: ebbe così modo di studiare la topografia del luogo e di orientarsi per preparare la fuga.
Una parete del magazzino, coperta da una grande catasta di legno, era costituita da un muro esterno del Castello, rivolto verso il lago. Accordatosi con altri due reclusi, delinquenti comuni, che gli erano compagni nel lavoro, cominciò ad aprire un varco nella catasta, arrivando in breve al muro di cinta. In seguito, mentre a turno due segavano rumorosamente la legna, l’altro sgretolava con mezzi di fortuna il muro. Dopo diverse settimane di lavoro, la breccia fu ultimata. Il Pecchioni, fidandosi della sua agilità e della sua abilità di nuotatore, si gettò nell’acqua e, con poche bracciate, seguito dai due compagni d’evasione, riuscì a raggiungere un vicino canneto e a nascondersi. Il Pecchioni si diresse poi verso il Po, che varcò a nuoto rientrando negli Stati parmensi. Giunto a Parma, riuscì a mettersi in comunicazione con Clemente Asperti e Andrea Maturini, patrioti, presso cui si rifugiò.
Dopo pochi giorni lasciò Parma e si diresse a Genova con una lettera di raccomandazione per Nino Bixio, che lo prese come suo attendente, che servì fedelmente per tre anni. Nel 1859, arruolatosi nei Cacciatori delle Alpi, combatté valorosamente a Varese e a Treponti contro le truppe dell’Urban.
Nel 1860 il Pecchioni fu di nuovo a Genova, e il 5 maggio si trovò a Quarto nella schiera dei Mille, assegnato alla seconda compagnia comandata da Vincenzo Orsini. A Talamone si staccò dal grosso della spedizione per far parte della colonna Zambianchi, equipaggiata, prima di ogni altra, di armi e camice rosse.
La spedizione, attuata a scopo diversivo, si concluse infelicemente dopo pochi giorni: il piccolo drappello, un centinaio di uomini cui si erano aggiunti i 90 volontari partiti da Livorno con Andrea Sgarallino, scontratosi coi pontifici appena varcato il confine, venne sconfitto alle Grotte di Castro.
Dopo la sconfitta di Castro, alcuni dei volontari garibaldini vennero fatti prigionieri e altri si sbandarono, cercando di raggiungere in qualche modo Garibaldi. Tra questi ultimi vi fu il Pecchioni che riuscì a tornare a Genova, in tempo per partecipare, col grado di sergente, alla seconda spedizione Medici e a battersi poi valorosamente a Milazzo e al Volturno. Sciolto l’esercito meridionale, il Pecchioni ritornò a Parma dove fu assunto come guardia municipale. Si sposò con una fruttivendola che conduceva un piccolo negozio nell’Oltretorrente, dalla quale ebbe dodici figli. Quando fu collocato in pensione, non bastandogli il modesto assegno comunale né quello dei Mille, ebbe in concessione il laghetto del giardino pubblico di Parma, industriandosi a guadagnare qualche soldo dando a nolo le barche.
Morì a Parma il 9 agosto 1908 ed è sepolto nel cimitero della Villetta, dove è ricordato con tanto di busto ed una artistica tomba. Sempre nella città Ducale gli è dedicata anche una via.
Una vera e propria epopea, quella dei traghettatori. Una storia importante e preziosa, con la possibilità che non tutto sia andato perduto ma possa tornare in auge, e osare non costa nulla, una attività che potrebbe portare nuovo lavoro, nuova linfa e nuova vitalità, sul fiume che, da sempre, è fonte di vita per la sua gente.
Eremita del Po, Paolo Panni