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Per questo nuovo appuntamento di "Libri all'ombra del Torrazzo" ho il piacere di ospitare una figura di spicco nel panorama editoriale del nostro territorio: il suo ultimo romanzo Il nido del pettirosso è stato pubblicato anche in lingua francese, e il suo impegno nell'organizzazione di eventi culturali lo vede attivo come direttore artistico di diverse rassegne letterarie.

Cresciuto professionalmente all'ombra del campanile della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Crema, Lorenzo Sartori ha costruito un percorso biografico e creativo straordinariamente ricco. Nato a Brescia nel 1967, divide oggi la sua vita tra Crema e Milano.

Il suo itinerario professionale, indissolubilmente legato alla passione per la scrittura, prende avvio in adolescenza con i testi musicali per la sua band, approda al giornalismo di cronaca e musicale, e lo porta a diventare uno dei massimi divulgatori di wargame e simulazione storica tridimensionale con la rivista Dadi&Piombo.

Questa solida base multidisciplinare gli ha permesso di affinare uno stile personale che, dal 2013, lo ha condotto con successo alla narrativa. Oggi Lorenzo Sartori non è solo uno scrittore poliedrico — capace di spaziare dal fantasy al thriller psicologico — ma anche direttore artistico di diversi eventi letterari, il più longevo "Inchiostro", il festival letterario che dal 2018 ogni mese di giugno, si svolge tra i chiostri quattrocenteschi di Sant'Agostino a Crema.

Tra le sue pubblicazioni: Alieni a Crema (Plesio Editore), Lo strano caso di Michael Farner (Nativi Digitali Edizioni), Il filo sottile di Arianna (Laurana Editore) — tradotto all'estero, finalista al Premio Garfagnana in Giallo 2021 e vincitore del Premio NebbiaGialla 2020 —, Milano grigio ferro (Laurana Editore) e il recente thriller Il nido del pettirosso (Fazi Editore), tradotto anche in Francia.

Ciao Lorenzo, innanzitutto grazie per la disponibilità. È un grande piacere averti — idealmente — qui all'ombra del Torrazzo, in questo affascinante contesto storico che sono sicuro saprai apprezzare.

Da dove nasce la tua passione per la scrittura, che ti ha portato all'esordio letterario nel 2013, e come si è evoluto il tuo stile nel tempo?

Il legame con la scrittura parte da molto lontano, da quando, adolescente, scrivevo testi di canzoni sperando un giorno di entrare in una band. Quando ciò è accaduto — con il gruppo Deissi, attivo verso la fine degli anni Ottanta — sono diventato il paroliere del gruppo, oltre che il tastierista. Quell'esperienza mi ha portato al giornalismo, scrivendo di musica e non solo. I miei interessi si sono spostati nel tempo, ma li ho sempre in qualche modo attraversati con la scrittura, fino alla decisione, nel dicembre del 2012 — quando il mondo doveva finire, stando ai Maya — di cominciare il mio primo romanzo. Non ho più smesso”.

Tra i tuoi impegni come autore e organizzatore di eventi, come definiresti il Lorenzo Sartori lettore? E che rapporto hai con i tuoi lettori?

“Sono un lettore quasi onnivoro, anche se, scrivendo soprattutto noir e thriller, anche le mie letture si sono inevitabilmente orientate in quella direzione. Da organizzatore di eventi letterari e conduttore di incontri mi capita però di leggere romanzi fuori dai miei abituali gusti, e credo che questo sia alla fine molto importante: uscire sempre dalla propria comfort zone di lettore. Il rapporto con i lettori è più difficile da definire. Mi piace incontrarli nelle occasioni in cui presento un romanzo: sono loro che ti motivano con i loro feedback. Ma — chiariamoci — non c'è mai la fila che può trovare uno Zerocalcare quando firma le copie dei suoi libri”.

Come nata la passione per i giochi di ruolo, sbocciata in una rivista di wargame storici come "Dadi&Piombo"? Questa esperienza ha in qualche modo contaminato il tuo stile letterario?

“Lo sbocco è stato naturale, non programmato. Diciamo più vicino a un'infatuazione trasformata in amore — e anche in un po' di odio, cosa che accade quando trasformi una passione in lavoro. Ho iniziato a scrivere narrativa anche per fuggire da un mondo che mi stava assorbendo ventiquattr'ore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni all'anno. È stato un passaggio necessario dalla Storia con la «S» maiuscola alle storie con la «s» minuscola. In che modo questo abbia contaminato il mio stile non saprei dirlo, ma c'è certamente un legame tra i giochi di simulazione e la narrativa crime: costruire una storia con un mistero da risolvere, in cui si «gioca» con il lettore, ha diverse affinità con l'ideazione di un gioco”.

Come è assortita la tua libreria? Quali sono i tuoi autori preferiti e se qualcuno di loro ha lasciato un'impronta sul tuo percorso?

“In casa ci sono quattro librerie, più mobilio vario convertito a tempo indeterminato allo scopo. Tra i miei autori preferiti: Ian McEwan, Philip Roth, Niccolò Ammaniti, Joe Lansdale e, non ultimo per importanza, Philip K. Dick. Se non fosse stato per lui — per le sue ossessioni, la sua immaginazione ancora oggi visionaria — non credo avrei mai iniziato a scrivere”.

La tua produzione spazia in diversi generi, che usi come strumenti per analizzare le contraddizioni della società moderna. Quanto è importante, e quanto è complicato, farlo attraverso la scrittura?

“La scrittura è un materiale povero e al tempo stesso senza limiti. Con le sole parole puoi inventare mondi fuori budget per molte produzioni cinematografiche. Un po' ci metti tu, un po' il lettore. La difficoltà, dunque, non sta nella scrittura in sé, ma nel trovare un lettore che, con la sua immaginazione, completi l'opera”.

Mi affascina sempre entrare nel laboratorio di uno scrittore. Nel tuo caso, cosa troveremmo sulla scrivania, nei cassetti, sugli scaffali?

“Tanto, ma tanto disordine. Il che forse rispecchia il mio processo creativo, quasi mai lineare. Ogni storia ha il suo percorso. Alcune — come è normale, anche se spesso non ci si pensa — non arriveranno mai al lettore e resteranno nell'hard disk del mio computer”.

È ormai innegabile che l'intelligenza artificiale rappresenti una rivoluzione tecnologica paragonabile a Internet e ai social, destinata a toccare ogni ambito professionale e sociale. Come si inserirà nella produzione di testi e quanto sarà importante, in questo scenario, il ruolo umano?

Sono convinto che l'impatto dell'intelligenza artificiale verrà prima o poi ridimensionato. L'IA è lo strumento più potente mai creato, destinato a rivoluzionare il mondo — ma resta pur sempre uno strumento. Dipende sempre da chi lo usa e per quale scopo. Limitandoci alla scrittura, può aiutare l'autore nella fase di brainstorming e nella ricerca, può analizzare un testo e indicarne pregi e difetti. C'è chi si spinge oltre; io la trovo soprattutto utilissima per un certo tipo di ricerche, che comunque vanno sempre verificate. So che recentemente è stato pubblicato un romanzo interamente scritto dall'IA — ma è stato «indirizzato» dal lavoro di due editor professionisti e, da quanto ho letto, il risultato non è particolarmente soddisfacente. Non dimentichiamo però che molti lettori acquistano libri scritti da ghost writer senza rendersene conto, o romanzi di pessima qualità costruiti a tavolino dagli editori. La differenza la può fare solo la preparazione del lettore. Nel breve periodo, comunque, i primi a perdere lavoro in questo settore saranno — e già sono — i traduttori. Ma anche qui dipende da quanto il lettore sia esigente di fronte a una traduzione, nella migliore delle ipotesi, priva di anima”.

Hai recentemente organizzato alla libreria Ubik di Crema il corso “A scuola di crimine”. In cosa consiste e cosa vorresti che ogni partecipante si portasse a casa?

“Il corso è rivolto sia ad aspiranti scrittori sia a lettori curiosi che vogliano saperne di più sul genere crime: capire le differenze tra noir e thriller, come si lavora sulla suspense, come si costruisce una storia che ha regole proprie. Mi aspetto di far crescere la consapevolezza. Come dicevo, il lettore deve imparare a difendersi ed esigere più rispetto — e questo è anche nell'interesse di chi vende libri: un lettore deluso oggi ha tante alternative per nutrirsi di storie, e una volta perso è difficile recuperarlo”.

Nel tuo ultimo romanzo, Il nido del pettirosso, colpisce la cura nel lavoro introspettivo sui personaggi, che crea una tensione narrativa costante, quasi febbrile. Quanto ha influito la scelta di ambientare la storia tra le montagne del Trentino?

“L'ambientazione è stato il punto di partenza, ma anche l'ingrediente principale, indispensabile. Senza di essa la storia non avrebbe avuto senso. Non è solo una questione di atmosfera: ogni spazio genera i propri conflitti — il motore di ogni storia — e la montagna ne genera parecchi”.

A proposito di ambientazioni: quanto ha influito Milano sul tuo percorso, tanto da diventare protagonista in Milano grigio ferro?

“Milano è una città ricca di contraddizioni, e si presta molto bene per le storie criminose. Aspira a essere una metropoli europea, ma come tutte le città italiane conserva una forte vocazione provinciale. Si vanta di essere la capitale morale del Paese, ma è anche quella finanziaria — e le due cose sono piuttosto incompatibili. Falcone diceva «segui il denaro», e se lo segui, tutte le strade non portano a Roma ma a Milano. Milano grigio ferro racconta il rapporto malato tra una certa imprenditoria e il malaffare”.

Torniamo alle origini, in tutti i sensi, con Alieni a Crema: un romanzo satirico che entra a gamba tesa sui temi sociali delle piccole comunità. Qual è il gancio principale da cui sei partito?

“Il romanzo ‘Alieni a Crema’, nasce un po' per caso. All'epoca stavo lavorando a un romanzo distopico-fantascientifico ambientato in una imprecisata metropoli americana. Mi sono chiesto se non fosse possibile portare quella storia in Italia — ma no, non c'era verso. Allora mi sono chiesto in che modo un romanzo di fantascienza potesse funzionare nel nostro Paese, e sono partito da una domanda piuttosto semplice: perché gli alieni scelgono sempre gli Stati Uniti? Perché non possono scegliere l'Italia, magari una piccola città di provincia? Nel romanzo c'è molta satira e la voglia di non prendersi troppo sul serio, ma è anche un libro che racconta la provincia e affronta temi tutt'altro che leggeri. Mi sono divertito molto a scriverlo. Resta il romanzo a cui sono più legato”.

La fantascienza: genere al tramonto o la realtà si sta sempre più avvicinando a ciò che abbiamo sempre considerato finzione?

“La fantascienza, soprattutto in Italia, è un genere incompreso. Molti lettori dicono di non amarla, ma poi scopri che hanno letto e apprezzato titoli che sono fantascienza a tutti gli effetti. Per non parlare del fatto che continua ad andare forte al cinema. Un certo tipo di fantascienza ha poi anticipato in modo impressionante molte delle sfide che stiamo affrontando o che affronteremo nel prossimo futuro. Per inciso, il romanzo che ho abbandonato per scrivere Alieni a Crema — iniziato nel 2014 — era un thriller che parlava di intelligenza artificiale”.

Dal 2018 organizzi a Crema il Festival "Inchiostro", diventato un punto di riferimento nazionale. Quanto è importante, per te e per i lettori, il contatto diretto con gli autori?

“L'incontro e il confronto tra autori e lettori sono fondamentali. Credo che i festival e le rassegne letterarie siano tra le poche occasioni in cui i lettori possono incidere sulla produzione editoriale, invece di subirla passivamente. Non è qualcosa che interessa tutti: per molti la lettura è un atto puramente individuale e intimo; per altri le presentazioni interessano solo se riguardano autori famosi o già amati. Ma nel mezzo c'è quello che mi spinge ad andare avanti con Inchiostro, nonostante le tante difficoltà”.

Ultima domanda, su una tua affermazione che chiude idealmente il cerchio di questa intervista: «Scrivere dà dipendenza». Ce la spieghi?

“Quando arrivi a mettere la parola fine a una tua storia, hai già la prossima che bussa alla porta. E questa cosa ti fa stare bene”.

Ringrazio Lorenzo Sartori per la disponibilità e invito i lettori a seguirne non solo il lavoro editoriale, ma anche a partecipare alle presentazioni e agli eventi di cui sarà protagonista — tra cui l'edizione la prossima edizione di "Inchiostro," in programma a Crema sabato 20 e domenica 21 giugno 2026.

Buona lettura a tutti.