Mai come questa volta, per me ma credo per molti altri lettori, chiacchierare ‘All’Ombra del Torrazzo’ con Marco Ambrosi assume un significato speciale.
Da oltre trent’anni Marco vive e lavora a Cremona, nella zona di Porta Romana, accompagnando almeno due generazioni attraverso l’evoluzione del quotidiano, prima con i CD, poi con i telefoni cellulari, oggi con i libri. In questo angolo della città, ha saputo intrecciare innovazione e vicinanza, costruendo legami veri, giorno dopo giorno.
Ma oggi non parleremo solo del lavoro. Con Marco voglio esplorare la sua passione per la scrittura, che negli ultimi dieci anni lo ha portato a pubblicare quattro romanzi, profondamente radicati nel vissuto e nella geografia della sua città.
Un amore per le storie e per la lettura che si è tradotto anche in un gesto concreto: la creazione della ‘cassetta di book-crossing’ proprio davanti alle vetrine del suo negozio, nella splendida cornice verde di Porta Romana.
Un’iniziativa che chiude un cerchio, ma forse ne apre un altro.
Sarà lui a raccontarci com’è nato tutto questo, e cosa ancora, bolle in pentola.
D: Ciao Marco, potresti presentarti e raccontarci in breve la tua storia?
M: “Mi chiamo Marco Ambrosi e sono il titolare, insieme a mio fratello Renato, del negozio che abbiamo aperto nel 1990 in Corso Pietro Vacchelli, e poi, dal 1995, in Piazza IV Novembre - sede attuale. All’inizio ci occupavamo di noleggio CD, poi abbiamo trasformato il negozio in un centro TIM. Ora, a distanza di 35 anni, posso dire che la nostra forza è stata quella di saperci muovere con intelligenza dentro le continue evoluzioni del mercato. Abbiamo saputo introdurre piccoli cambiamenti, sempre ragionati e mirati, che ci hanno permesso di migliorare l’attività, ottimizzare il lavoro e restare al passo con i tempi. Il 2015 ha segnato un punto di svolta, in un momento in cui il negozio stava vivendo una delle sue fasi più floride: eravamo al culmine dell’attività, con entusiasmo e nuovi progetti. Poi la vita ha chiesto una pausa. Un incidente in moto mi ha obbligato a fermarmi, a interrompere il ritmo frenetico del lavoro e guardare in faccia una verità che evitavo da tempo: qualcosa dentro di me chiedeva spazio. È stato in quel momento sospeso, tra dolore e silenzio, che la scrittura è venuta a cercarmi. Da lì è iniziato un cammino nuovo, fatto di parole che scavano, di domande che non fanno sconti, di un'introspezione che ancora oggi mi accompagna”.
D: Aprire un negozio a pochi passi dal centro di Cremona ha influenzato il tuo rapporto con la città e le persone? Che legame si è creato?
M: “Assolutamente sì. Il negozio mi ha permesso di entrare in contatto con tantissime persone, giorno dopo giorno. Nel tempo si è creato un legame autentico, fatto di fiducia, scambi sinceri e una vicinanza che va ben oltre il semplice rapporto cliente-commerciante. È stato un onore far parte di questa comunità che continua a vivere e valorizzare i negozi di vicinato: il bar sotto casa, il fruttivendolo, la gelateria… una rete silenziosa ma preziosa.
Senza il supporto delle persone, non saremmo arrivati fin qui. È per questo che ci tenevamo a lasciare un piccolo segno di gratitudine. Una sorpresa c’è, ma ne parleremo tra poco. Per ora posso solo dire che è nata con il cuore, pensando proprio a chi ha reso possibile questo lungo percorso”.
D: Come è nata e si è evoluta la tua passione per la scrittura, e com'è nata l'idea del tuo primo romanzo, esattamente dieci anni fa?
M: “Tutto è cominciato dopo quel famoso incidente. È stato un turning point, una di quelle fratture che costringono a guardarsi dentro e cambiare prospettiva. “Camera 317” è nato così: un romanzo autobiografico che ha aperto la strada a tutto il resto. Da lì in poi, la scrittura è diventata un modo per evadere dal quotidiano, ma anche per capire meglio me stesso e ciò che mi circonda. La passione per la scrittura è cresciuta parallelamente a quella per la lettura. Leggere mi ha sempre accompagnato, e anche se non ho un autore di riferimento assoluto, sono tanti i romanzi che mi hanno influenzato, ciascuno a suo modo. La scrittura per me è diventata un terreno di prova, uno spazio in cui esercitare immaginazione, memoria, ascolto”.
D: Avendo letto i tuoi romanzi, ho la sensazione che non siano tanto gli eventi a muovere i personaggi, quanto loro a tessere la trama attraverso le connessioni che creano. È così?
M: “Sì, è un’osservazione che mi rispecchia molto. Nei miei romanzi non cerco il colpo di scena a tutti i costi, quanto piuttosto l’evoluzione interiore dei personaggi. Sono loro, con le loro scelte, le esitazioni, le contraddizioni, a generare il movimento della storia. È nel modo in cui si avvicinano, si allontanano, si riconoscono o si respingono, che prende forma la trama. Le relazioni diventano così il vero motore narrativo, e spesso anche lo specchio in cui i personaggi si riflettono, cambiano, crescono”.
D: “I tuoi personaggi, in particolare Marco Zeni e Sandro Manzoni, mi hanno sempre colpito per la vita che scorre in loro, tra vizi e virtù. Da dove nascono e quale esigenza rappresentano?
M: “Nascono dall’osservazione del quotidiano, da quel gesto o dettaglio che mi colpisce e che spesso diventa il punto di partenza per costruire una figura. Mi piace individuare tratti distintivi, magari un modo di parlare, un’espressione, una postura, e da lì cominciare a lavorare sul personaggio. Spesso mescolo: prendo il carattere di una persona e lo metto dentro il corpo di un’altra, a volte anche invertendo i ruoli o forzando i contrasti. Così nascono personaggi veri, perché imperfetti, ma mai casuali. Marco Zeni, ad esempio, è una sorta di mio avatar all’ennesima potenza, la versione migliore di me. Rappresenta quello che forse vorrei essere in certe situazioni, una proiezione delle mie convinzioni più profonde, ma anche dei miei slanci migliori. Sandro Manzoni, invece, è la sintesi del miglior figlio che un padre potrebbe desiderare. In lui ho riversato un senso di rispetto, sensibilità e lealtà che, nel mio immaginario, rappresentano un ideale umano e affettivo. Scrivere questi personaggi è anche un modo per riflettere su me stesso, sulle relazioni, sul cambiamento. Sono specchi, a volte deformanti, altre volte rivelatori”.
D: Nel tuo ultimo romanzo, "L’officina dei Manzoni", la location cambia da Cremona a Salò. Da cosa nasce questa “necessità di fuga”?
M: “Più che una fuga, è stato un ritorno. Salò e il lago di Garda appartengono ai miei ricordi d’infanzia: ho passato lì molte estati, specialmente da quando, alla fine degli anni Settanta, mio padre ci portò per la prima volta sul Benaco e ne rimase affascinato. È un luogo che porta con sé ricordi bellissimi, esperienze che mi hanno lasciato un segno profondo. Ambientare lì il romanzo è stato anche un modo per rendere omaggio a lui, e ritrovare, attraverso la scrittura, quella dimensione sospesa del tempo estivo, dove tutto sembra possibile. Ripercorrere quei luoghi con la memoria mi ha regalato emozioni sincere, e spero che siano arrivate anche al lettore”.
D: Il tuo lavoro ti tiene costantemente a contatto con le persone. Dove trovi il tempo per scrivere e qual è il tuo momento o luogo ideale per farlo?
M: “Conciliare tutto non è semplice. Tra il negozio e gli impegni familiari, il tempo libero è davvero poco, ma cerco comunque di ritagliarmi degli spazi per leggere e scrivere, anche solo qualche pagina. Il momento che preferisco è la mattina, quando la mente è più fresca e lucida, soprattutto la domenica: c’è un silenzio diverso, meno distrazioni. Riesco a immergermi meglio in quello che sto scrivendo o leggendo. Anche mezz’ora può fare la differenza, se la si vive con intensità”.
D: Come definiresti il tuo stile di scrittura? Dove poni maggiore attenzione e c'è un autore che ti ha ispirato?
M: “Credo che ogni parola debba avere un peso. Per questo il mio stile è piuttosto essenziale. Mi piace soffermarmi sui dettagli che rivelano qualcosa in più, magari attraverso i silenzi, i gesti minimi, i dialoghi. Cerco sempre l’autenticità, più che l’effetto. Non ho un autore di riferimento: da lettore ho amato e continuo ad amare scrittori molto diversi tra loro, da Carver a Tabucchi, da De Luca a Grossman, ognuno mi ha lasciato qualcosa. Per chi vuole avvicinarsi alla scrittura, mi sento di consigliare Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler: è un piccolo manuale pensato per chi scrive, ispirato agli studi di Joseph Campbell, che aiuta a strutturare una storia mantenendo viva la dimensione umana del racconto. Oltre a quello, sono preziosi anche testi come On Writing - Autobiografia di un mestiere di Stephen King, Bird by Bird di Anne Lamott o L’arte di raccontare di James Wood. E poi, naturalmente, è fondamentale leggere romanzi di formazione che sono a loro modo anche lezioni di scrittura: “Il giovane Holden” di Salinger, “Chiedi alla polvere” di John Fante, “L’isola di Arturo di Morante”, “Pastorale americana” di Philip Roth o “Lessico famigliare” della Ginzburg. Ogni libro, letto con attenzione, insegna qualcosa a chi scrive”.
D: "Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere e scrivere molto" (Stephen King). Qual è il libro che ti porteresti ai confini del mondo per tenere viva la tua passione di lettore?
M: “Domanda difficile. Forse sceglierei “L’isola di Arturo" di Elsa Morante: c’è dentro l’infanzia, la solitudine, il mistero dell’identità. Ma domani potrei cambiare idea. La verità è che leggere è viaggiare: ogni libro, al momento giusto, può essere il compagno ideale”.
D: Parliamo della cassetta di book-crossing. Come è nata l'idea e che supporto hai avuto per realizzarla?
M: “La cassetta è nata come gesto di gratitudine verso il quartiere. In tanti anni di negozio ho ricevuto molto da questa comunità; sentivo il desiderio di lasciare qualcosa che potesse restare anche quando il negozio passerà di mano: un piccolo segno, un punto di scambio e di incontro, dove i libri potessero continuare a circolare liberamente, creando connessioni tra le persone. La realizzazione è stata sorprendentemente semplice, grazie all’amicizia e alla disponibilità di Massimo Perini di ‘Perini Arredamenti’ - che ha dato forma all’idea - e al supporto del Comune di Cremona, in particolare della vice sindaca Francesca Romagnoli, che si è attivata con grande impegno per ottenere in tempi rapidi tutte le autorizzazioni necessarie. Quando un’iniziativa nasce dal basso ma incontra attenzione e ascolto, può trasformarsi in qualcosa di concreto e prezioso. Ed è proprio questo che è successo: un gesto semplice, ma carico di significato per chi vive e ama il proprio quartiere”.
D: Ti capita di curiosare nella cassetta? C'è stato un libro che ti ha sorpreso o che ti ha invogliato a leggere?
M: “Sì, non solo mi capita di curiosare… in realtà me ne occupo in prima persona. Sono ufficialmente incaricato dal Comune per la gestione della cassetta, e ogni giorno mi prendo cura dell’apertura mattutina e della chiusura serale. Cerco anche di tenere in ordine l’interno e di rifornirla, perché capita spesso che chi vuole donare non trovi spazio: allora i libri me li faccio portare direttamente in negozio, li metto da parte, pronti da infilare al momento opportuno. Mi piace vedere che c’è sempre movimento, che i libri entrano ed escono in modo spontaneo. Qualche giorno fa ho trovato un’edizione vecchissima de “Il gabbiano Jonathan Livingston”: mi ha fatto sorridere e pensare. È bello vedere come certi libri, anche dopo tanti anni, riescano ancora a trovare lettori. Continuano a vivere, passano di mano in mano, e questo dà senso a tutto il progetto”.
D: Grazie alla tua professione, hai vissuto in prima persona cambiamenti epocali: internet, social network, smartphone. Come hai vissuto questa trasformazione?
M: “All’inizio con una certa diffidenza, poi cercando di capirla, di starci dentro. I social non sono mai stati il mio habitat naturale, ma li utilizzo per promuovere i libri, cercando sempre di mantenere un tono sobrio, lontano dall’autoreferenzialità. Preferisco condividere qualcosa che abbia valore, piuttosto che salire su un piedistallo.
Negli anni ho osservato da vicino gli effetti di questa rivoluzione: da una parte è stata il motore di una grande crescita economica per il negozio - basti pensare al boom dei cellulari, a quella prima fase in cui tutto sembrava una corsa verso il futuro. Poi, ironia della sorte, la stessa tecnologia che ci ha fatto decollare ha cominciato a spegnere lentamente i motori. Nel frattempo, ho visto anche il linguaggio cambiare - o meglio, impoverirsi. I giovani fanno sempre più fatica a esprimersi con precisione, a costruire un pensiero articolato. Non è un’opinione, è qualcosa che vedo ogni giorno, nelle parole che si scelgono - o che si perdono”.
D: In Italia si legge meno, ma scriviamo e leggiamo tantissimo tramite le app. In questo scambio, ci abbiamo guadagnato o perso qualcosa?
M: “Abbiamo perso tempo, soprattutto. La lettura richiede attenzione, lentezza, spazio mentale - tutte cose che oggi faticano a trovare posto in una quotidianità scandita dagli scroll. I social premiano l’istante, la reazione, la superficie. Certo, esistono anche contenuti interessanti e stimolanti, ma nel complesso credo ci stiamo allontanando dalla profondità del linguaggio, e questo ha un impatto non solo culturale, ma anche pratico. Mai come in questo periodo anche gli scrittori più noti faticano con il calo delle vendite: si legge meno, si compra meno, e questo ha reso ancora più fragile un settore che già viveva di equilibri sottili. È come se ci fossero sempre più persone che scrivono - o vogliono scrivere - e sempre meno lettori disposti a dedicare tempo e attenzione a un libro. Questo squilibrio sta creando un problema reale di sostenibilità per chi, nella scrittura, cerca non solo una passione, ma anche una possibilità professionale. E non possiamo far finta di niente”.
D: Quando potrai abbassare definitivamente la saracinesca, dedicherai più tempo alla scrittura?
M: “Sì, è nei piani. Quando quel giorno arriverà, mi piacerebbe sedermi con calma davanti alla tastiera e dare spazio alle storie che ancora bussano, in attesa di essere raccontate. Non sarà un addio, ma una nuova fase, forse persino più libera, in cui le parole potranno trovare il loro ritmo naturale. Qualcosa, in realtà, è già in movimento. Sto lavorando a una nuova storia ambientata nella Milano degli eccessi e delle ambizioni, quella che un tempo si chiamava "la Milano da bere". Un’ispirazione che mi è arrivata un po’ per caso, parlando con mio figlio, che lavora proprio lì, nel cuore della capitale economica d’Italia. E magari, chissà, anche da una storia lasciata nella cassetta dei libri potrebbe nascere un nuovo romanzo. A volte, le idee migliori arrivano proprio quando non le stai cercando”.
Non mi resta che ringraziare Marco per la sua disponibilità ed invitare tutti i lettori, a passare da Piazza 4 Novembre a Porta Romana, anche solo per curiosare attraverso le vetrine della ‘casetta dei libri’, e chissà che non sia l’occasione buona, per iniziare un nuovo viaggio