Storia cremonese

La storia di Cesira: una donna cremonese vittima di una violenza iniqua

Cesira Petronilla Maria Ferrari era una giovane e avvenente filatrice di seta cremonese, una ragazza che conduceva una vita di lavoro dura e senza fronzoli, come la maggior parte dei cremonesi dei suoi tempi (siamo nell'ottocento). Orfana di madre, aveva convissuto con Giuseppe Manara, in attesa di sposarlo al raggiungimento della maggiore età. Il matrimonio fu celebrato il 3 novembre 1883, nonostante il parere contrario delle famiglie, dietro pesanti minacce dello stesso Manara.

Manara era infatti già noto per le sue maniere violente: picchiò Cesira fino a farle interrompere due gravidanze e la contagiò anche con malattie veneree. Cesira aveva al contrario un carattere mite e godeva di stima nella società cittadina ma era debole e non riusciva a ribellarsi, subiva la figura criminalmente forte di Manara. Nel 1886 Giuseppe Manara fu condannato a tre anni di reclusione per avere gravemente ferito, causandogli danni permanenti, il proprietario di un bordello quando, insieme ad un amico, si era rifiutato di pagare una prostituta che i due avevano anche picchiato e insultato.

Cesira andò ad abitare a casa dei suoceri, ma il suocero Babila, spesso ubriaco, oltre a picchiare la moglie, molestava la nuora introducendosi di notte nella sua stanza e inoltre pretendeva una parte sempre maggiore dello scarso stipendio di Cesira. Per sfuggire alle molestie del suocero, Cesira si trasferì a casa del padre. Mentre Giuseppe, era in carcere, Cesira nonostante tutto gli inviava denaro. Probabilmente lo stesso Babila, per vendicarsi della nuora, ingannò il figlio informandolo di falsi tradimenti della moglie, raccontò perfino che aveva intrecciato con lei una relazione incestuosa. Manara dal carcere credette alle calunnie e scrisse lettere minacciose alla ragazza.

Cesira, spaventata, più volte manifestò alle compagne la preoccupazione che il marito potesse ammazzarla. Uscito dal carcere la sera del 13 aprile 1889, Manara si recò a casa dei genitori, poi verso le 23 a casa del suocero. Nonostante fossero state chieste informazioni circa il rilascio del prigioniero per poterlo controllare, le notizie non giunsero in tempo utile. Entrato in casa della moglie, questa non volle soddisfare i suoi desideri. Manara, verso le 3 del mattino, la convinse a uscire con lui e, giunti in viale Po, ad un suo ulteriore rifiuto la colpì con 27 coltellate, di cui 15 alla testa. Poi se ne sbarazzò gettandola ancora viva in un fosso, dove la giovane morì per dissanguamento e affogamento.

Manara si diresse quindi verso la casa del suocero che accoltellò mentre era nel sonno. Lasciata la città, si diresse al paese natale, dove fu rintracciato ed arrestato. Il fatto fece scalpore, fu pubblicato sui giornali, non solo locali, e la stampa seguì il processo che si concluse con la condanna di Giuseppe Manara ai lavori forzati – poi tramutata in ergastolo dal secondo grado di giudizio – e con l’incriminazione del padre Babila per concorso in omicidio.

Durante il processo, Manara cercò di screditare la memoria della moglie, nel tentativo di ottenere le attenuanti per delitto d’onore. Anche il suocero, interrogato, pronunciò parole ingiuriose verso la nuora e, mentendo, raccontò fatti tesi a screditarla. In città il compianto per Cesira fu invece unanime; migliaia di persone parteciparono al funerale e le compagne di lavoro, riunite nella Società di mutuo soccorso delle operaie, eressero una stele in memoria, commissionata a un noto scultore locale. Fu anche composta una ballata: il canto narrava le violente gesta di Babila e fu tramandato oralmente dalle stesse compagne di filanda. Al cimitero c’è ancora la stele funeraria che la ricorda e la storia viene tramandata in varie forme.

Questa è l'epigrafe leggibile sul momumento dedicato a Cesira nel nostro cimitero:

Cesira Ferrari
bella e purissima sposa
fu nella notte dal 13 al 14 aprile 1889
in età di 25 anni
vilmente scannata dal marito
che tosto anche il padre di lei
trucidava
le filatrici cremonesi
a perenne rimpianto
della compagna di lavoro
ed a deprecazione di scelleratezza
che tutto un mite popolo offese
questo ricordo
p.p.

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