Voglia di Arte

"Automat" e "Cuore solitario": Hopper e Hitchcock, due giganti e la rappresentazione della condizione umana

Lo confesso, adoro Hopper, forse più di ogni altro artista. Ogni sua opera mi colpisce, mi parla “dentro”, colpisce il mio cervello ma anche il mio inconscio.

“Automat” è splendido, triste, perfetto, inquietante.

In un ristorante moderno, razionale, preciso, dove tutto è in ordine, le linee sono geometriche, le luci calcolate, una donna, vestita di tutto punto, impeccabile, sorseggia una bevanda, forse un caffè, forse una cioccolata, su uno sfondo scuro come i recessi dell’anima, illuminato da una teoria di luci cadenzate ma fredde, quasi gelide.

La donna sembra esserci e non esserci contemporaneamente: sta riflettendo, sta pensando, eppure per quanto distante comunica con una forza inaudita.

E’ un messaggio triste: è sola, non semplicemente i. quanto unico soggetto nella stanza, bensì una solitudine profonda, irrisolvibile
Hopper disse “è il riflesso della mia solitudine, o forse quello della condizione umana”.

Il senso che mi trasmette è di impotenza: è una donna sospesa nel tempo, la sua è una condizione immutabile.

“La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock è un capolavoro impressionante: sono passati decenni, ma è più attuale che mai. Un uomo osserva le vicende degli esseri umani che lo circondano attraverso le finestre. C’è un gusto voyeuristico eppure in Hitchcock c’è una traccia di umanità perché James Stewart mostra lampi di empatia per i suoi “osservati”. L’influenza di Hopper è evidente, ma Alfred ci mette qualcosa di suo.

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“Cuore solitario” è una donna che ci viene mostrata a più riprese. E’ triste perché è sola. Si prepara, si fa bella, si fa piacente, per andare in una tavola calda tutta sola, in cerca di uomini. E’ fragile ma ha ancora speranza, ancora orgoglio.

C’è differenza fra lei e la ragazza di Automat: per quanto disperata, spera ancora, la sua non è una condizione di alienazione irrisolvibile. Hitchcock rende questa idea di maggior speranza facendola interagire, c’è movimento nel locale, c’è vita: non regna l’ordine razionale estremo e perciò stesso profondamente irrazionale dominante in Hopper, c’è la confusione e il dinamismo della vita. Alla fine, un uomo si fa avanti e lei lo conduce nel suo appartamento ma lui cerca di sedurla sbrigativamente e lei lo caccia. Non stava cercando una notte d’amore ma un sentimento vero e l’ennesima delusione la fa sprofondare.

Sono due solitudini profonde, ma diverse: la prima è data da una condizione esistenziale, niente potrà cambiarla; la seconda non è senza speranza, un vero amore potrà salvarla.
Se Hopper è un genio dell’arte, Hitchcock lo è del cinema (anche se a tratti la finestra sul cortile sembra un dipinto): entrambi interrogano la condizione dell’uomo, arrivano a risposte simili anche se non identiche. Entrambi hanno la capacità di parlare al tempo stesso alla nostra parte razionale ma anche al nostro inconscio: per questo io li trovo inquietanti ma meravigliosi.

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