Per anni aveva rappresentato la carne, la sensualità, la tensione emotiva: i corpi che si contorcono, i corpi che esprimono le sensazioni delle anime.
A fine ottobre 1918 Egon Schiele è un uomo che affronta la morte: la propria e quella di Edith Harms, sua moglie e la madre del figlio che doveva ancora nascere. L’influenza spagnola, la terribile epidemia che spazzò il mondo, li stava portando via.
Egon aveva amato intensamente nella sua vita, tante donne erano passate fra le sue braccia. Edith non fu certo l’unico amore e neppure il più importante, ma era al suo fianco e c’era intimità e c'era tanta tenerezza fra loro.
Egon rimase fedele al suo modo di essere fino all’ultimo: anche in punto di morte espresse il suo sentire attraverso l’arte, mescolando corpi e sentimenti fino a esprimere ciò che aveva dentro e ciò che coglieva negli altri.
Poche ore prima della morte di Edith, che lo precedette di un paio di giorni, la ritrasse, fece uno schizzo del suo viso.
Gli occhi sono stanchi, sono gli occhi di una persona malata, che ha poche energie, che sente che la fine è vicina. Eppure, quando li guardo, sotto la patina di tristezza che li vela c’è un guizzo, un lampo di quella vitalità che fu. I capelli mossi, appena accennati, le labbra sottili che quasi si mordono... c’è la confusione di una vita che sta scappando, di una energia che se ne sta andando ma che è ancora lì, trattenuta a fatica ma presente.
La mano sorregge il viso, stanco e bisognoso di appoggio. La carne sta mostrando i suoi limiti, il corpo si sta consumando, l’orologio del destino rosicchia inesorabile secondo dopo secondo la porzione residua di vita.
Eppure, in questa stanchezza, in questa fine che si avvicina, c’è spazio per una tenerezza, per un po’ d’amore che filtra attraverso l’espressione di Edith, attraverso la dolcezza del viso che ancora si cela sepolta dalla fatica.
Le energie che le restano sono spese in un ultimo momento di tenerezza e Egon riesce a rappresentarlo: morte e amore che si fanno carne...