Nel diciassettesimo secolo, in quella che ancora oggi chiamiamo Olanda, le autopsie erano un vero e proprio evento. Seguivano un protocollo prestabilito, erano aperte a tutti e servivano per trasmettere una serie di messaggi: lo status dei chirurghi, che avevano una propria corporazione, un “memento mori”, per ricordare a tutti che siamo mortali ma anche che da un male può nascere un bene (in questo caso la conoscenza, sapendo poi che l’uomo è creazione di Dio e quindi studiare l’anatomia significa anche studiare la grandezza della creazione di Dio), un significato religioso perché si pregava e si osservava un minuto di silenzio.
Il 31 gennaio 1632 Adriaen Adrianson fu impiccato: era un criminale ma fu condannato a morte per aver rubato un vestito, oggi la sua sorte ci farebbe orrore per il senso di ingiustizia (pena decisamente sproporzionata).
Rembrandt fu incaricato di dipingere la sua autopsia, un vero fatto storico, dalla Gilda dei chirurghi. Pagavano loro e ci tenevano ad apparire dignitosamente in un dipinto che avrebbe avuto un significato di valorizzazione di uno status symbol.
Per questo motivo, spesso, questo genere di dipinti vedevano le figure statistiche e allineate in fila, una esibizione del potere. Rembrandt però sapeva osare e osò. La sua creazione è un dipinto dinamico e potente, innovativo e coraggioso. Il protagonista numero uno è il professor Nicolas Tulp: sta dissezionando un braccio e lo fa dall’alto del suo ruolo di sapiente. È identificato nel suo ruolo da un abito diverso bordato di pizzo, è l’unica figura staccata sulla destra e con la mano sinistra sembra accingersi a spiegare qualcosa, con una certa solennità. Percepiamo la sicurezza nelle sue conoscenze: si sente importante, sa di esserlo.
Il gruppo degli studenti è rappresentato all’interno di un arco che spunta dal muro sullo sfondo, ci sono poi un paio di allievi sulla sinistra che pare siano stati aggiunti successivamente. Tutti i personaggi sono caratterizzati: hanno una propria espressione e un proprio stato d’animo. C’è chi è disgustato, chi è incuriosito, chi è fisso con lo sguardo sul dottore. Si muovono, si protendono, non sono fermi. Sono uomini in carne e ossa eppure il loro dinamismo non fa loro perdere una dignità evidenziata dagli abiti che identificano il loro ruolo. Il cadavere si prende il centro della scena: sembra normale ma se lo osservate bene ci sono sproporzioni anatomiche.
Il suo volto non è molto dissimile da quello degli studenti nelle fattezze: un modo per ricordare che la sua condizione di defunto sarà quella di tutti noi un giorno. Ci sono altri dettagli: un libro aperto probabilmente con nozioni di anatomia, la firma di Rembrandt e la data sul muro sullo sfondo. C’è poi la protagonista sul piano stilistico: la luce. Non è violenta come in Caravaggio ma si prende la scena, diffusa e sapiente, illuminando i volti e i punti su cui deve essere attirata l’attenzione, senza disperdere l’atmosfera ambientale, contrapponendo i chiari agli scuri. Rembrandt rappresenta un evento reale che deve avere un valore simbolico: lo fa osando, dando dinamicità, rendendo la personalità dei personaggi, ma senza perdere quel senso di dignità e di importanza che possiamo percepire nei protagonisti del dipinto.
LEZIONE DI ANATOMIA DEL DOTTOR TULP
1632
Olio su tela
Rembrandt Van Rijn