Voglia di Cinema

Anton Chigurh: il turbamento del male in "Non è un paese per vecchi"

ATTENTI! SPOILER!

Che cosa ci spaventa di più del male? La violenza? La morte? L’iniquità? O forse la sua non conoscibilità, non comprensibilità, non riduzione alla normalità?
“Non è un paese per vecchi” tratteggia il sud degli Stati Uniti, una terra bruciata dal sole e di identità spiccate. E’ un film abitato da cowboy con tanto di cappello e stivali che sarebbero pronti a tutto per denaro, qualsiasi cosa, qualsiasi nefandezza. Moralmente condannabile, ma comprensibile. Ci possiamo identificare in Moss, un personaggio che attua una serie di azioni criminali pur di impossessarsi di un pacco di dollari, un bel pacco di dollari.
Poi c’è lui, Anton. E’ un uomo indecifrabile già dall’aspetto: non veste come gli altri, ha una pettinatura discutibile, non tradisce origini o cultura. Non sappiamo nulla di lui, a differenza degli altri personaggi. Alla fine del film sparirà nel nulla, senza dirci di più del suo destino. Sfugge alla nostra conoscenza.
Sappiamo quello che fa durante la storia: uccide, in modo metodico e senza rimorso, con una calma stordente, come se stesse facendo la più banale delle attività. Non tradisce nessuna emozione, se non forse una certa forma di piacere in alcuni momenti, ma lo fa come se fosse un suo dovere farlo.
Non lo fa per soldi, infatti si dimostra incorruttibile quando qualcuno delle vittime si propone di corromperlo per salvarsi. Non lo fa nemmeno per uno scopo materialistico. Più volte lo vediamo affidare la vita della vittima a una monetine. Quando Carla gli dice che non è la monetina a decidere se ucciderla, ma che è lui ad avere questo potere, risponde “sono arrivato qui come questa monetina”.
La casualità, il destino, il fato...questa sembra l’unica regola a cui si sottomette Anton. E’ come se ci fosse un incomprensibile disegno che fa fluttuare gli eventi e lui si lasciasse trasportare dagli eventi, strumento di qualcosa di superiore per dare la morte. Quando nel finale del film subisce l’incidente d’auto, dimostra di essere egli stesso vittima del fato e lo accetta senza battere ciglia.
E’ uno strumento di morte che agisce secondo una sorta di legge di natura non detta, a cui obbedisce senza ridiscuterla moralmente. E’ totalmente disumano, al punto da ritenere offensivo il chiacchierare “del più o del meno” del gestore della stazione di servizio, un’offesa sufficiente a metterne in discussione il diritto alla vita.
Tutto questo è spaventoso, perché va oltre la nostra comprensione. Non è un volgare assassino per motivi passionali o economici, che potrebbe disgustarci ma non sorprenderci. Non lo capiamo e non possiamo capirlo...
Esattamente questo è quello che prova lo sceriffo Bell che ne è profondamente turbato. Prova un brivido quando ne “avverte” la presenza, prova a salvare Moss da lui: in fondo Moss ha commesso dei crimini ma lo sceriffo empatizza con lui perché lo percepisce come un essere comunque umano, Anton invece non ha nulla di umano. Tutto questo atterrisce lo sceriffo che alla fine del film decide di ritirarsi perché questo non è più il suo mondo, non lo capisce e ne ha anche paura...
Anton è il male, non tanto perché uccide, ma perché non possiamo capire i meccanismi che lo spingono a farlo: lui risponde al fato, ma noi non possiamo sapere che cosa sia il fato, non possiamo razionalizzarlo. Non possiamo capirlo, quindi possiamo solo esserne turbati...

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