Voglia di Cinema

Un confronto fra maestri: gli inizi di "Salvate il soldato Ryan" e "Dunkirk"

Vi ricordate l’inizio di “Salvate il soldato Ryan?”: una delle sequenze più potenti, spaventose, immaginifiche della storia del cinema. Una sequenza che vi catapulta direttamente su una spiaggia della Normandia in un mare di sangue, morte, sacrificio e anche gloria, perché tutto questo male si fa e si subisce per salvare la civiltà. Un abisso che stordisce, ma inevitabile. Spielberg ha scelto questa via perché lo sbarco in Normandia è stato proprio questo: sangue e sacrifici inauditi per una causa giusta.

Nolan invece ci racconta la ritirata di Dunkerque in “Dunkirk”. Quale è stata l’essenza di quell’evento storico? Non il sangue: in guerra è onnipresente, certo, molti giovani sono caduti a Dunkerque, ma il senso principale di quei giorni è un altro. Il senso, infatti, è la paura: paura di non farcela, per chi si trovava sulla spiaggia circondato dal nemico, paura di perdere la guerra per gli altri. Come raccontare la paura, l’ansia, l’angoscia di non sapere cosa accadrà?

Nolan sceglie la strada del più grande maestro, Hitchcock: usa la sua arma migliore, la suspense.

Nolan vuole che proviamo quella stessa sensazione di inquietudine, di angoscia, di paura che provarono quegli uomini in quei giorni. Ci vuole mettere su quella spiaggia, in mezzo a loro, come ha fatto Spielberg: lui ci ha fatto provare l’orrore di una battaglia confusa e sanguinaria, Nolan ci vuole fare provare l’angoscia di una attesa snervante e di cui non sai l’esito finale

L’inizio, serve proprio a questo. Dunkirk si apre con una inquadratura a campo largo: sei soldati inglesi avanzano in una cittadina completamente vuota mentre volantini cadono dal cielo come coriandoli

E’ come se Nolan ci concedesse qualche momento per ambientarci. La cittadina non appare dissimile da una della nostra epoca: partiamo dai nostri giorni per arrivare piano piano al passato.

Dei cartelli neri con scritte bianche si frappongono fra le immagini per spiegarci la situazione, ma è quello che vediamo a farci capire cosa sta succedendo.

Prima di tutto, nessuno parla, si sente un silenzio ovattato in cui i rumori sono amplificati, come succede di notte, quando il più banale dei rumori diventa una minaccia. Leggiamo i volantini che cadono dal cielo insieme ai soldati e sono volantini minacciosi, un invito alla resa

Piano piano, senza accorgerci, iniziamo a essere con loro, a leggere con loro. All’improvviso, spari: il silenzio che li ha preceduti li fa sembrare uno squarcio nella realtà. Non vediamo chi spara: il nemico è invisibile, ancora più temibile come tutto ciò che ci è ignoto, fuori dalla portata dei nostri sensi.

I soldati iniziano a correre mentre gli spari si intensificano. Uno a uno i soldati iniziano a cadere (ma non c’è sangue: non è l’orrore carnale che vuole farci vedere Nolan, ma la sensazione di precarietà di chi ora c’è e non sa se ci sarà un secondo dopo) mentre l’inquadratura inizia a stringere e ci permette di capire chi è il nostro protagonista. Sta correndo verso una palizzata, facciamo il tifo per lui chiedendoci “riuscirà a scavalcarla?”. Ci riesce, appena in tempo.

Tutto ciò avviene senza che i soldati emettano urla: sentiamo i rumori, non le voci delle persone, perché è come se il terrore non permettesse neppure di gridare di fronte alla morte, schiacciati dalla situazione.

Siamo oltre la palizzata. Il soldato prova ad armare la sua arma. E’ giovane, è nervoso, è terrorizzato. Fatica a organizzarsi, quando ci riesce prova a rispondere al fuoco ma desiste subito. Il nemico è troppo forte, può solo scappare.

Riesce a salvarsi ancora e arriva di fronte a una barricata francese: sparano, lui si fa riconoscere dicendo solo “inglese” e riusciamo a sentire la sua voce. Una sola parola: è come se non avessero la forza di parlare...

I francesi gli danno via libera e lui corre verso la barricata ed è il momento di paura maggiore, quando il nemico ti insegue e sei quasi in salvo

Arriva dai francesi, sano e salvo, e loro lo mandano avanti dicendogli solo “buon viaggio”. Lui si guarda intorno e vede soldati stanchi, demoralizzati, ma che stanno andando avanti a combattere

I tedeschi attaccano e lui riprende a correre: ancora non vediamo il nemico, sentiamo solo gli spari. Pochi metri separano la barricata dalla spiaggia, la morte dalla vita, la fine dalla speranza, a dimostrare quanto disperata sia la situazione. Corriamo, verso la speranza.

E’ con gli occhi del soldato, insieme a lui, che vediamo alla fine la spiaggia: davanti a noi si apre una distesa di sabbia e soldati, in attesa del loro destino....

Silenzio, senso di attesa, un nemico assillante ma che non possiamo guardare negli occhi.

Nolan vuole che proviamo quello che hanno provato quei ragazzi: impotenza, paura, angoscia, speranza. Per farlo usa rumore, silenzio, assenza.

La Normandia è stato un massacro necessario e Spielberg ci ha mostrato orrore e sangue, Dunkerque è stato il momento della paura e della speranza e Nolan ci mostra il silenzio dell’angoscia.

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