Questo film di De Sica dei primi anni cinquanta è uno dei capolavori del neorealismo. Se non l’avete mai visto tenete conto che questa recensione è piena di spoiler (lo so che è un film di moltissimo tempo fa, ma non voglio rovinarlo per chi non l'avesse mai visto!)
LA TRAMA Umberto D è considerato uno dei film più rappresentativi del neorealismo. Girato da Vittorio De Sica, su sceneggiatura di Zavattini, racconta la storia di un anziano pensionato, alle prese con gravi problemi economici, che non riesce a gestirsi con la magra pensione. Abita in una piccola e squallida stanza in affitto e non ha modo di pagare la pigione, assillato dalla padrona di casa che lo tratta senza rispetto. Prova a vendere i suoi beni, ma non riesce a racimolare la somma necessaria nonostante l’umiliante sacrificio. In questa situazione l’unico sprazzo di umanità e comprensione sono i dialoghi con la serva Maria, una donna giovane e buona ma con tanti limiti, alle prese con un figlio in arrivo di dubbia paternità (non sa quale fra i due suoi frequentanti sia il padre). C’è poi il cane Flaik, fedele compagno di Umberto e suo unico squarcio di gioia ed affetto. A questo punto Umberto viene ricoverato in ospedale per un guaio fisico e approfitta della pausa per staccare dai suoi problemi, nonostante l’ospedale sia a sua volta un luogo povero dove anche il cibo è di scarsa qualità. Al ritorno, scopre che la padrona in sua assenza ha iniziato lavori per fare della stanza una parte della sua casa: deve sloggiare e non lo ha ritenuto nemmeno degno di essere avvisato. Maria intanto è in lacrime perché entrambi i possibili padri rifiutano di riconoscere il bambino, mentre il cane è scomparso e Umberto lo ritrova appena prima che venga soppresso al canile. Il pensionato incontra poi un vecchio amico a cui vorrebbe chiedere aiuto, ma quello sparisce con una scusa. Nota quindi un mendicante e decide di fare la stessa cosa ma si vergogna, prova a fare mendicare il cane tenendosi un po’ scostato ma passa proprio in quel momento un commendatore conosciuto per lavoro e si vergogna di nuovo, di conseguenza rinuncia. Sconfortato, saluta Maria e cerca di piazzare Flaik in una pensione per cani ma capisce che non sarebbe amato. Cerca allora di darlo a una bambina che lo ha in simpatia ma la governante si frappone.
Arriva quindi il momento finale. Umberto è stanco e sconfortato, triste e senza speranza: prende in braccio Flaik e si mette sui binari aspettando il treno per suicidarsi. Il cane però percepisce il pericolo e scappa salvando Umberto che corre dietro al cane che ormai non si fida più di lui. Giocando Umberto ne riconquista subito la fiducia e recupera il suo Flaik e il film si chiude su questa scena al parco mentre dei bambini passano, giocando allegri e ignari della tragedia.

IL SENSO Umberto D è un film spietato, un film che non fa sconti: parla della solitudine e della incomunicabilità nella società umana, lo fa in modo crudo. La figura del protagonista è tratteggiata con delicatezza ed è una figura carica di umanità, ma si trova ad operare in un mondo cinico, privo di empatia. Le persone sono prese dai propri problemi, non hanno tempo per occuparsi di quello che succede intorno a loro, figuriamoci degli sconosciuti. Il vecchio Umberto vede scorrere la vita di una città che brulica di movimento, di energia, di eventi. Le persone non si accorgono però di lui, i dialoghi sono ridotti al minimo, le azioni sono improntate alla ricerca di denaro o a motivi egoistici. Nessuno fa nulla per nulla. La povertà viene affrontata con grande dignità da Umberto ma è senza speranza: gli è indifferente lo stato (il film inizia con una inutile manifestazione di protesta: non serve, non si otterrà niente), indifferenti sono gli amici di vecchia data, gli ex colleghi di lavoro come il commendatore, la padrona di casa. Per tutti non è importante il destino di Umberto, ma non è solo una questione economica: non c’è umanità, non c’è conforto, non c’è comprensione. Non c’è neppure il rispetto: nemmeno viene avvisato della decisione di buttarlo fuori di casa.

La sua condizione non è solo di povertà ma di solitudine: non ha contatto umano, che pure potrebbe rischiarare le sue giornate povere di mezzi. Uniche eccezioni in tutto questo squallore dei sentimenti sono Maria e il cane. Maria però è una persona limitata, priva di cultura, una brava ragazza ma incapace di cogliere le sfumature dell’animo di Umberto. Il pensionato si comporta con lei come un padre o un nonno, le dà consigli e ha simpatia, ma non c’è empatia, non può aprirsi con lei e confessarle le sue emozioni più profonde. Deve fronteggiarle da solo e quando non regge più, quando vede che perfino per il suo amato cane non c’è accoglienza ma solo valutazioni ciniche ed egoiste (i padroni del pensionato lo userebbero per lucrare e la governante valuta solo i disagi che comporta avere un cane), sceglie di farla finita. Lo fa con Flaik per non sentirsi solo nel momento supremo e per non lasciare solo il cane in un mondo che non lo merita, ma l’istinto vitale del cane lo salva e almeno per il momento lo fa recedere. Il finale è aperto e non sappiamo cosa succederà ma la sensazione è che non può esserci lieto fine in un mondo cinico, egoista, privo di cuore. L’unica nota di speranza sono i bambini inquadrati nell’ultima scena: loro sono il futuro e forse, si spera, costruiranno un mondo migliore...

LA TECNICA Il film è uno dei momenti più alti del ciclo del neorealismo e si avvale di attori non professionisti. Carlo Battisti interpreta Umberto e il suo volto è una maschera perfetta: dolce, vitale, malinconico, impotente. Gli attori non essendo professionisti hanno dei limiti di recitazione in alcune scene ma rendono al meglio il concetto di un film che vuole rappresentare la realtà senza fronzoli. Il film è molto lento ed è una scelta voluta: il tempo si dilata in una serie di azioni poco significative che permettono piano piano di tratteggiare i personaggi, di immedesimarsi, di attendere una svolta che non arriva. I gesti vanno oltre la loro valenza fisica per trasformarsi in simboli di ciò che sono le persone. E’ famosa la lunghissima scena del risveglio di Maria: una serie di piccoli gesti in apparenza insignificanti ma che rendono bene un personaggio in balia degli eventi, che compie le azioni quasi meccanicamente senza riuscire a padroneggiare la sua vita. Umberto non perde mai la sua compostezza, simbolo di una dignità che è il suo unico baluardo di umanità nelle difficoltà
E’ un film che riesce a farti emozionare quasi senza azioni, lavorando sull’introspezione psicologica dei personaggi: Umberto è un uomo qualunque, il suo destino potrebbe essere quello di tutti..