Voglia di Letteratura

"Invictus": l'inno alla vita di un uomo che non si piega alla morte

E' molto famosa, molto. Sicuramente, molti di voi l'hanno già incontrata in precedenza. Probabilmente molti l'hanno sentita pronunciare nel film Invictus (con Morgan Freeman e Matt Damon). Molti sapranno anche che questa poesia la ripeteva spesso Nelson Mandela, nei quasi 30 anni di prigionia patita per la sua lotta contro l’apartheid del regime sudafricano. Probabilmente molti la conosceranno sotto il nome di “Invictus”, anche se si tratta di un nome posticcio, inventato da un editore che l’aveva inserita in una raccolta più ampia di poemi.

In realtà, per capirla fino in fondo, questa poesia va letta sapendo, prima di leggerla, che vita complicata ha dovuto affrontare il suo autore, William Ernest Henley.

William infatti era un uomo che ha dovuto sfidare avversità altissime. A soli 12 anni è stato colpito dalla tubercolosi. Ha continuato a lottare nonostante grandi sofferenze ma ha subito a 17 anni l’amputazione di una gamba. Con grandi sforzi, è riuscito comunque a diventare giornalista anche se ha rischiato di subite l’amputazione anche della seconda gamba.

Il suo carattere indomito gli ha permesso di non mollare e nonostante il dolore lancinante si è rifiutato di arrendersi al destino e ha trovato un dottore che, con cure innovative gliel'ha salvata. Si trovava in ospedale, dove è rimasto a lungo, quando ha composto questo poema:

Out of the night that covers me,

Black as the pit from pole to pole,

I thank whatever gods may be

For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance

I have not winced nor cried aloud.

Under the bludgeonings of chance

My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears

Looms but the Horror of the shade,

And yet the menace of the years

Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,

How charged with punishments the scroll,

I am the master of my fate:

I am the captain of my soul

In italiano si può leggere così:

Dal profondo della notte che mi avvolge,

Nera come un pozzo che va da un polo all'altro,

Ringrazio gli dei qualunque essi siano

Per la mia indomabile anima.

Nella stretta morsa delle avversità

Non mi sono tirato indietro né ho gridato.

Sotto i colpi d'ascia della sorte

Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime

Incombe solo l'orrore delle ombre.

Eppure la minaccia degli anni

Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,

Quanto piena di castighi la vita,

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima.

La poesia contrappone tre blocchi di vocaboli per esprimere il suo concetto.

C’è il blocco della paura e della disperazione: profondo, nera, pozzo, orrore, ombre.

C’è il blocco della minaccia: stretta morsa, avversità, colpi d’ascia, collera e lacrime, minaccia, castighi.

C’è il blocco, infine, dell’animo del poeta che si piega ma non si spezza: indomabile anima, non mi sono tirato indietro, ne ho gridato, sanguinante ma indomito, senza paura.

William contrappone costantemente le parole della paura e della minaccia alle parole della forza d’animo perché è con questa che si oppone alla sorte crudele. Non molla mai, è un uomo indomito, un uomo che nonostante tutta la sfortuna trova perfino la forza di ringraziare gli dei invece che maledirli. Dal letto di ospedale, senza una gamba, scrive parole di trionfo: sono il padrone del mio destino, sono il capitano della mia anima. E’ un inno alla resilienza, è un inno alla vita

Voglia di... è un iniziativa editoriale di
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