Voglia di Letteratura

Quando si spegne la luce: la punizione di Ovidio

“Qui giaccio io, Ovidio Nasone poeta, cantore di delicati amori, che perii per il mio ingegno; non sia grave a te, che passi e hai amato, mormorare: Le ossa di Ovidio riposino infine dolcemente»

Immaginate di essere nell’antica Roma. Immaginate di essere un poeta, un uomo di ingegno, un uomo affermato. Le vostre opere sono apprezzate, la buona società vi stima, la gente vi ama e vi ammira, siete benvoluti dall’imperatore. Avete talento e siete intelligenti.

Un uomo, quando è all’apice del successo, si sente forte, si sente invincibile. Quando ti senti invincibile, prendi dei rischi, giochi col fuoco, non avverti il pericolo, sei abituato a vincere e pensi che in un modo o nell’altro te la caverai.

Invece, siamo sempre in equilibrio sopra un filo, tutto può crollare da un momento all’altro come un castello di carte, basta un errore.

“Carmen et error”, è lo stesso Ovidio a chiamare così le cause della sua disgrazia. Cosa sia successo nel dettaglio non lo sappiamo: possiamo indagarlo, immaginarlo, indovinarlo, ma non avremo mai certezze. Forse la sua celebre opera “Ars amatoria” era troppo trasgressiva per la morale dell’epoca. Forse vide cose che non doveva vedere, forse amò la donna sbagliata. Forse, forse, forse: non sappiamo, non possiamo sapere.

Sappiamo però che un uomo celebrato, un uomo che viveva a Roma, la capitale dell’impero, il centro del mondo, che si sentiva lui stesso il centro del mondo, fu condannato dal divo Augusto, il grande imperatore, alla relegatio: un confino, in isolamento a Tomi, sul Mar Nero, ai confini del mondo conosciuto, dove la vita era uno strazio per chi era abituato a vivere l’ombelico del mondo.

Si dice che la relegatio non fosse la cosa peggiore che poteva succedere a una persona che avesse sbagliato qualcosa con l’imperatore, all’epoca: io credo che per un uomo di mondo essere relegato ai margini sia il peggiore dei supplizi. Quando sei abituato al centro del palcoscenico e la luce si spegne improvvisa, sei solo al buio. Il buio, fu la condanna di Ovidio. Una condanna che ti schiaccia…

“Qui giaccio io, Ovidio Nasone poeta, cantore di delicati amori, che perii per il mio ingegno; non sia grave a te, che passi e hai amato, mormorare: le ossa di Ovidio riposino infine dolcemente”

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