“a tratti era come se fosse stordito, o, piuttosto, dimentico della cosa principale, e si attaccava alle piccolezze”
Raskolnikov ha appena commesso il duplice omicidio di “Delitto e castigo”, si sta rendendo conto piano piano di ciò che è accaduto. La sua mente è attraversata da mille pensieri, anzi è divisa in mille pensieri, frantumata, ha perso la sua unità e forse non la ritroverà più...
Il romanzo di Dostoevskij è da leggere avidamente anche a distanza di ben più di un secolo dalla sua pubblicazione, per tanti motivi. Uno dei motivi è il viaggio nella mente di Raskolnikov: un viaggio complesso e affascinante che propone infiniti spunti di riflessione e di analisi che dall’individuale si fanno universale e possono farci riflettere sul crimine, la colpa, la morale e tutto ciò che finisce col far parte dello spettro dell'animo umano.
Uno degli aspetti che mi ha sempre affascinato di più di questa narrazione è la sospensione della coscienza: ci sono momenti in cui Raskolnikov appare come dissociato dalla sua persona, spersonalizzato. Agisce come un automa, come se dovesse rispondere a una forza superiore, come se non fosse pienamente padrone delle proprie azioni.
Un modo, forse, della sua coscienza per “proteggerlo” da quello che sta commettendo: sospensione della coscienza per poter sopportare il male che stai compiendo...