Charles Dickens, meritatamente celebrato scrittore, ha vissuto un trauma infantile pesante, un evento che ha condizionato la sua vita, diventando una ferita insanabile. Nato a Portsmouth, la sua famiglia era tutto sommato benestante: il giovane Charles andava a scuola, aveva diversi fratelli e sorelle e tutti avevano un tenore di vita discreto, in casa c’erano perfino servitori.
Dopo il trasferimento a Londra della famiglia, le cose cambiarono: il padre attraversò un momento di gravi difficoltà economiche, molto serie. A 12 anni, Charles fu mandato a lavorare da “Warren’s blacking”, una fabbrica di lucido da scarpe. Per un ragazzino che aveva vissuto spensierato fu un’esperienza devastante, aggravata dall’arresto per debiti del padre. Dopo un annetto, il padre riuscì a risolvere i suoi problemi e Charles tornò a una vita da benestante.
Per tutto il corso della vita, però, Dickens fece molta fatica a parlare di quel periodo. Si sfogava scrivendone nei libri: nelle sue opere si ritrovano infatti descrizioni di situazioni del genere, ma nessuno conosceva la sua storia e si pensava fossero solo opera di fantasia. Neppure moglie e figli sapevano. Alla fine, anziano, riuscì a parlarne alla moglie e al suo biografo. Dopo la sua morte la storia fu raccontata e fu un trauma per tutti i suoi lettori.
Una ferita così profonda da spingerlo a non condividerla per anni neppure con la sua famiglia: questo spiega, meglio di tante altre cose, quanto dolore gli avesse provocato quell’esperienza, quanto il lavoro minorile possa segnare un ragazzo. Per fortuna, nel suo caso, a differenza di tanti altri, ebbe una via di uscita. Probabilmente scrivere i suoi romanzi, sensibilizzare al problema, era un modo per attirare l’attenzione sulla questione, per aiutare gli altri ragazzi ma anche per lenire in qualche modo il proprio dolore.