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O doutor da bola. Socrates, la terapia è un colpo di tacco

Capitolo 1- O titulo é pra voce

O titulo é pra voce

Sao Paulo. 4 dicembre 2011. Stadio Pacaembu, teatro dell'ultimo atto del Brasileirao. Al Corinthians serve un pari, niente di più, contro il Palmeiras. La squadra del professor Tite, c.t. verdeoro in Russia, ha scelto un giorno speciale per laurearsi campione. Laurearsi, come era laureato -dottore- un simbolo del Timao, forse il più grande di sempre, spentosi poche ore prima del calcio d'inizio, all'ospedale Albert Einstein. O doutor da bola. Annunciate le formazioni, sullo stadio cala un silenzio commosso. Minuto di silenzio in suo onore. Gli undici di casa disposti a semicerchio, a metà del campo. Il braccio destro alzato e immancabilmente, o punho cerrado, il pugno chiuso. L'intera torcida li segue a ruota. L'identificazione con il dottore, con la sua esultanza senza tempo, è totale. Quel gesto, in questo contesto, trascende ogni significato politico, per assurgere ad estremo affettuoso ricordo di colui che sfidò il potere.

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Spunta un due aste dalla torcida bianconera, retto da un uomo da braccia enormi. Socrates, o titulo é pra voce. Il titolo, è per te.


Capitolo 2 - O doutor da bola

Sao Paulo, aprile 1982. Brasile in dittatura militare, ormai dal lontano '64. Oppressione in parte alleggerita rispetto al pugno di ferro degli anni precedenti, vero, ma ostile alle elezioni democratiche ed autrice di repressioni violente di manifestazioni di piazza, come quella di due anni prima causa riduzione dei salari. Mentre la nazionale carioca prepara Spagna '82, futura vittima di Pablito Rossi, il Corinthians si immerge in apnea in un processo di transizione totale. Nuovo il presidente, nuovo l'allenatore. Le condizioni iniziali per un esperimento molto particolare. Uno spogliatoio di grande personalità prende in mano la situazione: è autogestione, in accordo col nuovo mister Mario Travaglini. Democratica: Tutte le decisioni sono prese collettivamente, ed uno vale uno, a prescindere da nome o ruolo. La Democratia Corinthiana.

Uno vale uno, certo, ma quanto a personalità e spessore, di questo laboratorio di politica calcistica la storia ricorderà soprattutto una sola effige. Un medico dai piedi di velluto, un nome da filosofo che calza a pennello per una mente capace di pensare tantissimo, pensare calcio a trecentosessanta gradi. Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Socrates, ou doutor da bola. Mai visto un medico trattare la palla di tacco come lui. 

Giocatore totale, luce perpetua dalla metacampo in su. Trequartista con la massima libertà di svariare da destra a sinistra, dribbling naturale vista la fluidità di conduzione di palla. Secco e preciso dalla distanza, notevoli tempi di inserimento di testa. In rete gira un suo gol lontano parente della frustata di Crespo contro l'Arsenal durante il periodo nerazzurro: ridicolizzato il difensore in elevazione e palla impattata nel sette.

360 degree-player, uno che in campo attiva il sesto senso. Niente occhi, per la giocata: semplicemente, la sente. E allora sponde alla cieca, palla nello spazio con l'esterno del destro e, ovviamente, colpi di tacco. Che siano rapidi scarichi ad un uomo arretrato, o appoggi volanti per la corsa del compagno lanciato, non fa poi tutta questa differenza. Il tacco diverte la gente, strappa sorrisi e stupore al suo pubblico. Serve altro?


Capitolo 3 - Democracia, i trionfi

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San Paolo-Corinthians, 1982. Il ritorno. Della finale. Del Paulistao, il campionato del distretto Paulista. Il Corinthians parte favorito, O Doutor ha già firmato la ricetta all'andata: 1-0. Alla Democracia basta non perdere per alzare il trofeo. 

Primo tempo, Socrates avanza palla al piede. Muro del mediano sul filtrante, la raccoglie Biro-Biro che lo invita al triangolo. Palla un filo lunga, in area, ma Biro-Biro è caparbio. Più del difensore con cui va a contrasto, e infatti vince il rimpallo. Solo davanti al portiere, lo salta e la mette dentro.

Il San Paolo pareggia da calcio piazzato, ma il Timao non vuole soffrire in difesa. Vuole chiuderlo prima, questo Paulistao: Biro-Biro scucchiaia per Casagrande, in area leggermente defilato a sinistra. La luce della porta è fioca, l'uscita dell'estremo difensore prova a spegnerla del tutto. Se hai di fronte l'artilheiro, il bomber, non basta. Walter Casagrande Junior, bestia d'area da 191 cm per 85 chili: in tutti i sensi, una figura di peso nello spogliatoio. Lo aspettano una Coppa Campioni col Porto '86-'87 e ricche annate a Torino e Ascoli. Ma in quel momento, in questo momento, non lo sa e non ci pensa. Pensa soltanto a timbrare il ventottesimo sigillo del Paulistao, beffando il portiere in uscita sul primo palo. Uno scatenato Biro-Biro giustappone la sua seconda firma personale nel tabellino marcatori, insaccando un'apertura di Ataliba. Il trionfo della Democracia: un messaggio che i dittatori non devono aver preso benissimo.

1983, la rivincita. Stessa identica finale, stesso derby. Al Morumbi Socrates indirizza l'andata, ancora 1-0. Ritorno al Pacaembu, al Timao serve un pareggio. Ma l'essenza della Democracia sgorga nel cuore del secondo tempo. Ripartenza, Biro-Biro per Zenon. Il dez congela il possesso sfidando i centrali, attanagliando il loro sguardo al pallone. Poi indirizza il controllo a sinistra, ha sentito il compagno salire. Socrates compie quel movimento che oggi si chiede alle mezz'ali, taglio in diagonale per puntare all'area dalla destra, aggirando il blocco centrale. Una lama che squarcia il già lacerato tessuto paulista. Tacco puro di Zenon, perfetto. Controllo d'interno del dottore, perfetto. Piattone all'angolino, perfetto. Finirà 1-1. Perfetto.


Capitolo 4 - Il tramonto

E come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose

Fabrizio De Andrè, la canzone di Marinella

Non solo un giorno, ma la Democracia ha comunque vita breve. Dopo i due titoli paulisti ed una semifinale nel Brasileirao -pazzesco 4-1 al Flamengo ai quarti- il ciclo bianconero si incammina ormai sul viale del tramonto. Tante le cause: i nuovi insuccessi innescano pressioni per tornare ad un sistema più tradizionale, recuperando il vero ruolo del mister. Il calcio sta cambiando, la modernizzazione tocca anche il Brasile: termina un ultimo meraviglioso canto del cigno del futbol carioca, quello delle origini, tra la gente, con i campi dissestati ma invasioni di massa dopo ogni rete dei propri eroi. Trasparente, senza barriere tra giocatori e pubblico. Identificazione, contatto totali.

Socrates lascia, assaggia l'Italia e la Fiorentina. Venticinque presenze, sei reti, di cui una alla Cremonese con un missile su punizione. Poi ancora Brasile, Flamengo e Santos, ma la carriera ormai è virtualmente conclusa. Esperienze extra-campo, poi i problemi di salute che lo accompagneranno all'addio, stavolta per sempre, in un ospedale di San Paolo. E' il 4 dicembre 2011, il destino soddisfa un suo desiderio espresso ventotto anni prima:

Vorrei morire di domenica, il giorno in cui il Corinthians vince il titolo 

Ce l'hai fatta, dottore. Quel giorno l'intero popolo del Timao ti ha dedicato la vittoria. Perchè tu sei stato tutto per loro, hai regalato fiducia con l'esempio e stupore con il tacco. In fondo, hai rispettato in pieno la tua missione di medico. Esercitando la professione in un rettangolo verde, col numero otto sulla schiena e il pallone incollato alla suola.

Vorrei morire di domenica, il giorno in cui il Corinthians vince il titolo. Così morì Socrates, il fantasista medico che sfidò il potere.

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