Voglia di storia

Quando gli Stati Uniti pensarono di comprarsi l'Islanda

Con gli occhi di oggi, pare una stranezza: chi può pensare di "comprarsi" uno stato o un territorio? Ogni epoca però ha le sue convenzioni e i suoi valori e in passato era d'uso "vendersi" territori anche di grandi dimensioni.

Sul finire degli anni sessanta dell’Ottocento gli Stati Uniti, appena usciti dalla guerra civile, si diedero perciò allo shopping. Nel 1868 comprarono l’Alaska. Nello stesso anno raggiunsero l’accordo per comprare alcune isole delle Indie appartenenti alla Danimarca: era tutto pronto per concludere l’affare ma il Senato americano non approvò l’operato del governo (anche per questioni interne che non avevano a che vedere con le isole ma che condizionarono il voto) e tutto saltò. Le stesse isole peraltro furono vendute definitivamente agli Stati Uniti alla Danimarca una cinquantina di anni dopo. Curiosità riservata agli esperti di Nba: su una di quelle isole (Saint Croix) è nato un certo Tim Duncan (quindi senza la vendita avrebbe giocato per la nazionale danese!).

Nello stesso periodo il segretario di stato statunitense Seward prese in considerazione l’idea di comprarsi anche l’Islanda (e già che c’era anche la Groenlandia), altro possedimento danese. L’idea gli era stata fatta balenare da un avvocato, Robert Walker.

Benjamin Pierce, un giovane ingegnere, preparò anche un memorandum di una settantina di pagine (in cui confluirono anche pareri di turisti! In un’epoca in cui i viaggi erano ancora rari, almeno in parti del mondo così disagevoli da raggiungere, ogni fonte veniva presa in considerazione). Uscì anche un articolo sul New York Times che parlava del possibile affare e Seward pareva convinto, ma nelle discussioni al Senato su Alaska e isole delle Indie scopri che le critiche erano molte (un congress-man disse anche “magari ci compriamo pure i geyser islandesi”, in senso dispregiativo.

Seward era un sostenitore del presidente Johnson che affrontava una forte opposizione nel Congresso e l’idea “compriamoci l’Islanda” tramontò. Curiosità: se fosse stata pagata come l’Alaska (come rapporto prezzo al metro quadro), il costo avrebbe superato di poco i 6 milioni di dollari dell’epoca.

FONTI Abbiamo utilizzato un articolo del giornale islandese Reykjavik Grapevine che ricostruisce la vicenda dal titolo “That Time The United States Was Thinking Of Buying Iceland”
Abbiamo usato uno studio del professor (è uno dei più noti professori islandesi) Hannes Gissurarson dal titolo “Proposals to Sell, Annex or Evacuate Iceland, 1518–1868”
NOTA Curiosità per voi: se vi chiedete “ma come diavolo ci sei finito su un giornale islandese come Reykjavik Grapevine”....ho visitato l’Islanda e la amo molto (dopo l’Italia il paese che amo di più) e quando sono tornato per “tenere vivo il rapporto” ho iniziato a seguire i giornali islandesi in lingua inglese 

NELLA FOTO Reykjavik nel 1860: aveva allora 1500 abitanti (secondo alcune stime). Oggi con la cinta urbana dei sobborghi si calcolano oltre 200000 abitanti (gli abitanti ufficiali di Reykjavik sono 120000 circa, qui consideriamo anche le cittadine limitrofe e satelliti, in tutta Islanda abitano circa 365000 abitanti) e, da modesto porto di pescatori del Nord, Reykjavik è diventata una capitale viva e anche ricca (ma dovrà fare i conti ora con la grave crisi del turismo, principale fonte di entrata locale, attualmente in corso)

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