Voglia di storia

I funerali di Attila: i riti di addio di un popolo guerriero

Il mito di Attila, re degli unni, e delle sue scorrerie è fortissimo ancora oggi, a distanza di secoli e secoli. Eppure, gli unni non hanno tramandato la loro storia, non abbiamo nulla che sia stato scritto da storici unni. Quello che sappiamo è frutto del racconto di cronisti di altre culture che hanno vissuto l'epopea degli unni (ed è buona cosa ricordarsi che il racconto è sempre influenzato dal punto di osservazione: se fossero stati gli unni a raccontarsi, ne avremmo una percezione diversa), solitamente nel ruolo dei conquistati.

Fra i cronisti, uno dei più importanti è Prisco di Panion, di lingua greca, soggetto fondamentale perché ha avuto l'opportunità di relazionarsi direttamente con gli unni. Fu infatti inviato, insieme ad altri, come ambasciatore dagli unni per cercare di trattare e trovare un accordo. Prisco ha raccontato molte cose e fra queste anche i funerali di Attila, un evento che ci può dare l'idea degli usi di questo popolo.

Nel suo libro "Attila e la caduta di Roma", lo storico Christopher Kelly riporta nei dettagli il racconto di Prisco:

il corpo di Attila, ormai defunto, viene collocato al centro di un gruppo di tende circondate da carri, collocato in un "padiglione di seta"

Il corpo è avvolto in sete orientali e decorato con gioielli splendenti, sulla spalla sinistra è collocata una spilla d'oro con incastonata una pietra d'onice viola intenso

Intorno alla tenda, i cavalieri galoppano impugnando torce che rischiarano la radura. I guerrieri si sono tagliati i capelli e si sono sfigurati le guance in segno di lutto. Il guerriero doveva infatti essere compianto "non con lacrime di donne ma con sangue di uomini".

Per un intero giorno si celebrano feste e giochi funebri, si odono lamenti e si svolgono corse di cavalli, si dà vita a canti funebri ritmati

Alla fine del giorno Attila viene sepolto, racchiuso dentro tre bare: la più interna rivestita d'oro, le altre di argento e di ferro. Oro e argento dovevano simboleggiare i suoi bottini di guerra, il ferro le armi usate in battaglia. Nella tomba si provvede anchea  infilare le armi catturate ai nemici, gioielli e tesori.

Gli schiavi che allestiscono la tomba vengono uccisi perché non possano rilevare dove si trova, evitando le razzie (ma pare che venissero scelti tradizionalmente luoghi vicini ai corsi d'acqua).

Tutto ciò è chiamato "Strava", il termine unno per definire le cerimonie funebri: questo era il modo di salutare un capo fra gli unni, secondo Prisco di Panion.

Indubbiamente, per chi ebbe la ventura di assistervi, deve essersi trattato di uno spettacolo impressionante

FONTI

Prisco di Panion e il suo "Storia" e ovviamente "Attila e la caduta di Roma" di Christopher Kelly

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