Cultura

Gli ospiti del PAF 2020: Jonathan Bazzi e la sua "Febbre"

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“Sono cresciuto a Rozzano, cap 20089, un paese piccolo ma neanche poi tanto, all’estrema periferia sud di Milano, costruito in mezzo alla campagna che costeggia il Naviglio, in direzione Pavia. Buccinasco, Corsico, Assago, Rozzano: posti da cui vengono un sacco di rapper, posti da cronaca nera. Le sparatorie, la rissa col morto, le baby gang, le infiltrazioni mafiose.”

Jonathan Bazzi, laureato in filosofia, nasce a Rozzano, ‘Rozzangeles’, nel 1985. Rozzano si trova nell’estrema periferia sud della città, la terra dei rapper Fedez e Mahmood, paese problematico, di tossicodipendenti, di operai, di tamarri, di criminali, di famiglie povere con lavori da poveri. Paese dai cui confini nessuno esce veramente neanche quando lo fa, dove non si studia, dove si spaccia, si ruba ed a volte si muore.

Il 2019 è stato l’anno del suo esordio letterario con il romanzo “Febbre” (Fandango Libri). Un successo immediato, nominato libro dell’anno da ‘Fahrenheit’ di Rai Radio3, vince il Premio Bagutta 2020 ed entra tra i 6 finalisti del Premio Strega 2020. Un romanzo che nasce dalla necessità dell’autore di scrivere, per dare sfogo alla necessità di raccontare la realtà e i luoghi in cui vive e con cui condivide la quotidianità. Nel 2016 scopre la sua sieropositività all’HIV e la sua storia diventa un libro.

“Vivo questo gesto di verità come un dovere verso chi non ha potuto nascondersi, verso chi è stato davvero tradito dal corpo.”

Jonathan Bazzi dialogherà del suo romanzo al PAF venerdì 21 agosto alle ore 19 presso il Cortile Federico II, in un incontro pubblico, condotto da Annarita Briganti e Mario Feraboli, organizzato in collaborazione con Arcigay Cremona La Rocca e Cremona Pride.

“Ho iniziato a stare male un lunedì pomeriggio. Era l’11 gennaio. Il week end prima eravamo stati a ballare, era il compleanno del mio ragazzo. Verso metà serata uno dei suoi amici, durante una pausa in bagno, mi ha detto, per sfottermi: sembri un sieropositivo. Meno di 48 ore dopo mi è salita la febbre. Una febbre che non è più andata via.”

Il libro è diviso in capitoli che sviluppano due piani temporali diversi: Jonathan adulto, alle prese con una febbre che non va via, le paure, le ansie che ne derivano, la presa di coscienza della malattia, delle conseguenze nella quotidianità e nei rapporti sociali; Jonathan bambino, che cresce con i nonni materni perché i genitori sono separati; che con il tempo acquisisce la consapevolezza di essere omosessuale, accetta e vive il suo modo di essere nel bene e nel male.

“Non nutro particolari sentimenti verso quest’ospite prepotente e se ho deciso di raccontare qua la mia storia, a gente di cui neppure vedo la faccia, è perché credo che questa cosa riguardi più voi che me. I problemi dell’HIV ormai son sempre meno, grazie ai progressi della ricerca, problemi fisici. Sono problemi semmai di percezione sociale, di simboli e stigma.
Vi sto raccontando di me, perché credo nell’esposizione, non nei segreti. Per indole tendo a non nascondere quasi niente. Penso che raccontarsi protegga di più, non nascondere nulla è il mio modo di proteggermi.”

L’autore affronta temi difficili e situazioni scomode, lo fa dal punto di vista di un autore distaccato dal suo ‘io protagonista’, per dare più forza al personaggio e consistenza alla sua storia.

Attraverso la sua opera un Jonathan Bazzi colto, emotivo, omosessuale ed ironico, cerca la sua personale via di salvezza e di riscatto attraverso una presa di coscienza della propria identità che cambia e della realtà che lo circonda.

“Si sente diverso perché lo è. Tutti siamo diversi l’uno dall’altro ed è questa la nostra ricchezza, ma da bambini è difficile capirlo, accettarlo…e così gli anni passano, Jonathan cresce e ai giochi da maschio preferirà sempre quelli da femmina, in una Rozzano che lo odia e che lui odia, mentre prende atto della sua omosessualità.”

Questa ‘autobiografia romanzata’ ne fa un libro accessibile a tutti, perché se le problematiche possono essere distanti da quelle di ognuno di noi, i disagi sociali, le paure e le ansie che attanagliano l’autore/protagonista sono diventate più attuali che mai.

“Ho scelto di dire pubblicamente che sono sieropositivo per rinominare quello che mi è successo. Me ne approprio, una volta per tutte, con le parole. Sono io a contagiare lui, stavolta. Lo rendo più umano, potrei anche farlo parlare:

-ciao sono il virus che ha contagiato Jonathan – sono di un ceppo poco diffuso in Europa – mi si trova di più in Africa – ho risposto bene ai test genetici e delle resistenze – così al mio padrone di casa hanno potuto dare l’ultimo farmaco uscito – una pastiglia al giorno – però grossa come un confetto – fa un po’ fatica a digerirla – ma ora va meglio – rispetto all’inizio – però intendiamoci – questo farmaco mica mi uccide – mi costringe ad andarmi a nascondere – a starmene rintanato in quelli che vengono chiamati santuari – ovvero riserve nel corpo – in cui posso continuare a sonnecchiare-

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Venerdì 21 agosto ore 19 Jonathan racconterà nella nostra città la sua febbre...

La Quinta T è una iniziativa editoriale di
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